Viabilità ecologica. Come sprigionare la forza segreta della bicicletta

«Ho venduto il motorino e comprato una bicicletta di terza mano. Il ragazzo che me l’ha venduta la teneva chiusa in cantina».

 

Così esordisce “Ruota Gonfia” un biker che appartiene alla rete delle Ciclofficine Popolari, un network che unisce luoghi, in Italia e in altri paesi, dove viene diffusa la cultura della bicicletta e della giustizia sociale. Si, perché cavalcare le due ruote rende la società più equa. Lo scriveva anche Ivan Illich nel suo Elogio della bicicletta e se ne possono rendere facilmente conto i ciclisti che tutti i giorni pedalano nelle città dove la velocità media dei veicoli a motore rende difficili, se non impossibili, le relazioni sociali. E dove spesso i dialoghi tra automobilisti si riducono a dei sonori “vaffanculo”.

«Con il mio motorino percorrevo le strade riservate agli autobus, dove ci sono meno macchine e quindi più sicurezza» ci dice Ruota Gonfia.

 

Infatti le città sono sempre più intasate da quella che è statadefinita uno dei grandi problemi del nostro secolo, ovvero la schiavitù nei confronti dell’uso dei mezzi a motore. E che ogni anno miete centinaia di migliaia di vittime. Infatti l’inquinamento dell’aria è stato recentemente classificato come cancerogeno dall’International Agency for Research on Cancer (IARC); in particolare è stato riconosciuto come causa del cancro dei polmoni e della vescica.

Cartolina pubblicitaria delle bici Curjel di Vienna.
Tratto da “A ruota libera” di Enrico Sturani.

L’uso di mezzi veloci (macchine, treni veloci, aerei, ecc.) è destinato a una minoranza di persone perché hanno un costo, quello dei biglietti, ma anche quello delle risorse pubbliche necessarie per le infrastrutture. Pensate ai soldi spesi in autostrade e in tratti ferroviari ad alta velocità, o nella costruzione degli aeroporti. Soffermatevi pure sull’inquinamento prodotto dai treni veloci, che distruggono il territorio e che spesso creano svantaggi per le persone che vivono attorno alla linea ferroviaria. Senza contare su quello prodotto dalle aree aeroportuali che inquinano le falde acquifere e i contesti abitativi limitrofi. Ma anche stare in auto, accodati per ore nel bel mezzo di un ingorgo, può facilmente distruggere il nostro sistema nervoso e intossicare il nostro corpo. I mezzi ad alta velocità, spiega Illich, creano ingiustizia sociale perché tolgono agli altri la possibilità di usare quelle stesse risorse. Quelle che utilizziamo sono infatti limitate, sia le materiali – come il petrolio, l’elettricità o le grandi arterie di scorrimento – che quelle immateriali dell’immaginario. Inoltre l’uso massivo dell’auto, e di tutti i mezzi di trasporto più inquinanti, dal momento che creano problemi di salute, impegnano direttamente noi stessi facendoci ammalare, e impegnano anche gli altri, ovvero quelli che ci curano.

«Dopo qualche mese che con la bicicletta iniziai a percorrere le carreggiate destinate ai mezzi pubblici mi arrivarono a casa una serie di multe. Così per pagarle “decisi” di vendere il motorino. Iniziava la mia rivoluzione a pedali»

 

sottolinea Ruota Gonfia, che ha anche vissuto in Germania. Là esiste invece esiste una fitta rete di piste ciclabili, e spesso, ci dice il nostro ciclista urbano, «i biker iniziano a correre così tanto che anche tra loro scattano dei vaffa. Schizzano a lavoro, e ai pedoni che intralciano vengono scagliati degli insulti. Ci sono città dove le biciclette sono così tante che gli incidenti tra ciclisti a volte sono molto gravi, e dove è difficile trovare posto per posteggiare … la bicicletta». Quindi l’invito non è solo quello a scegliere le due ruote, ma anche quello a correre meno, per godersi il paesaggio o per guardare in volto le persone. O, perché no, ricambiare l’insulto degli automobilisti, ma con una chiacchierata sulla bellezza dell’andare in bici. Fatto sta che l’uso quotidiano di questo mezzo, al di là della velocità di crociera, migliora la salute, come mostrato, ad esempio, in due articoli di Melissa Bop (e colleghi) pubblicati dal Journal of Environmental and Public Health e da Women & Health.

Le istituzioni si preoccupano di far partecipare la cittadinanza alle attività politiche delle grandi città; allo stesso tempo non vedono di buon occhio il boicottaggio dell’economia di scala e di quella finanziaria, dove i mezzi di trasporto ad alta velocità e le automobili giocano un ruolo fondamentale. Ma se in città come Roma e Torino le iniziative istituzionali mirano a incentivare l’uso della bicicletta senza puntare alla riduzione dell’uso dei mezzi privati, allora il problema viene semplicemente nascosto (come si fa con la polvere sotto al tappeto). Infatti è necessaria non solo una riattivazione e una moltiplicazione dei mezzi pubblici, ma anche un intervento che miri a ribaltare il nostro immaginario, dove la auto è stata trasformata in un oggetto che muove i nostri desideri più bassi, del tipo “la macchina è come una donna”, “donne e  motori …”, ecc. Per far questo risulterebbe utile, e probabilmente anche necessaria, una riflessione sulla corruzione dilagante che ci circonda, ma che prima ancora colonizza il nostro immaginario e il nostro agire quotidiano. Non è un caso se chi produce macchine e chi pensa all’economia e alla finanza del petrolio ha interesse che nelle nostre teste i loro prodotti vengano associati alle sensazioni più basse, ovvero quello che si trovano sotto la cintola. La sessualità è oramai vista come una macchina che corre. Una volta scoperto il trucco (sono i produttori a farci credere che con una bella macchina abbiamo piu chance di “acchiappare”) potremmo finalmente fare appello al mondo delle donne, per vedere cosa hanno da dire a riguardo.

«Devo dirla tutta, da quando ho iniziato a usare la bici per spostarmi, le mie relazioni sociali si sono moltiplicate e non sono mancate volte in cui ho portato in canna delle ragazze. Oppure mi è capitato che io abbia preso dei passaggi sul portapacchi, o in canna, nonostante pesi quasi ottanta chili. Ma anche sul manubrio. A volte si son create situazioni esilaranti. Beh, non sarà comodo come il sedile di una macchina, ma sono alcune delle esperienze più belle, divertenti e sensuali che mi sono capitate».

 

E indicazioni apparentemente simili provengono dal mondo delle immagini, da chi con le immagini condiziona il nostro immaginario, proprio come succede nel sistema pubblicitario controllato dalle multinazionali. Provate a guardare questo video super patinato.  O seguite il collettivo Bike Smut, che sostiene “le biciclette e la pornografia per la gioia e la liberazione”. Insomma, se l’uso della bicicletta può invocare dei contenuti che puntano alla nostra sessualità, c’è anche chi l’ha associato a un’affilata critica sociale, proprio come fecero notare i Monty Python: in una società di super eroi quali tutti siamo diventati, il vero eroe è quello  che ritorna a fare le cose più semplici come riparare una ruota o raddrizzare un manubrio.

Il “triciclo triangolo” dove possono comodamente prender posto uniti in santa concordia la moglie, l’amante e … quell’altro.
Tratto da “A ruota libera” di Enrico Sturani.

Tuttavia rimane irrisolto il modo in cui coinvolgere la stragrande maggioranza delle persone all’uso della bicicletta e dei trasporti lenti. Infatti qui non si tratta più solo di essere allenati o di possedere un mezzo a pedali, quanto piuttosto del fatto che per recarsi a lavoro molti di noi (almeno tra quelli che un lavoro ce l’hanno) percorrono ogni giorno decine e decine di chilometri. E che le strade su cui fare tutti questi chilometri sono impraticabili per le biciclette. Dunque se il percorso non lo permette, iniziamo a unirci per migliorare la mobilità e la viabilità urbana, magari creando noi delle “strade” alternative. Perché il problema è di carattere politico. Immaginate cosa voglia dire, in termini economici, di salute e di qualità della vita, risparmiare sull’uso della macchina per convertire alla bici i nostri viaggi metropolitani.

Luoghi come quelli che fanno parte della Rete delle Ciclofficine Popolari possono essere degli esempi da riprodurre in altri contesti, utili a risolvere i problemi delle grandi città, in maniera autorganizzata.

 

Sun Xalf



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