Un green new deal per rilanciare l’Italia?

di Riccardo Marini

 

foto da Ufficio Stampa Enea

foto da Ufficio Stampa Enea

Il 26 febbraio 2014 è stata presentata la seconda edizione del Rapporto sulla Green Economy, “Un Green New Deal per l’Italia”, curata dalla Fondazione per lo Sviluppo Sostenibile e dall’Enea (l’Agenzia per l’energia, le nuove tecnologie e lo sviluppo sostenibile).

Il Rapporto è strutturato in due parti che affrontano lo scenario internazionale prima e quello italiano poi, analizzando le esigenze di investimenti pubblici e privati, gli effetti sull’occupazione e le riforme necessarie affinché le città possano assumere un nuovo ruolo di volano di crescita economica in chiave sostenibile. Offre una visione integrata a livello sociale, ambientale, economico in settori come

la riqualificazione energetica delle città, le misure di mitigazione climatica, la riduzione del consumo di materiali e il miglioramento della gestione dei rifiuti, la mobilità urbana, il patrimonio culturale, la gestione sostenibile delle risorse idriche, la riqualificazione delle aree degradate, l’utilizzo di nuove tecnologie.

Secondo Giovanni Lelli, commissario Enea, la green economy potrebbe essere la chiave di volta per uno sviluppo che abbia ricadute positive su ambiente, industria e occupazione.

Gli fa eco il presidente della Fondazione per lo Sviluppo Sostenibile Edo Ronchi, che individua i temi chiave in

innovazione, investimenti, occupazione. Ma purtroppo in Italia sono prevalenti idee vecchie, con un’impostazione produttiva tradizionale. Invece bisogna pensare a un’economia non come fine ma come mezzo per assicurare benessere. Se non si coglie questa opportunità si è vittime di un vecchio sistema.

 

Mettere l’ecologia nel cuore della politica

Di New Deal si sente parlare sempre più spesso e da più sponde: da ultimo il progetto di Green Italia, fondato

sulla convinzione che questa prospettiva sia la più efficace e realistica per il nostro Paese, sulla speranza che la nostra presenza renda più green anche le forze politiche tradizionali.

Con queste parole iniziava nove mesi fa il cammino che ha portato sabato scorso a Roma

L'assemblea al Piccolo di Roma

L’assemblea al Quirinetta di Roma

all’assemblea di fondazione del nuovo movimento politico ambientalista nato per «colmare un vuoto lasciato dalla politica italiana», dichiarano Oliviero Alotto e Annalisa Corrado, i portavoce del partito appena eletti.

Secondo lo stesso modello della parità di genere, che verrà mantenuta in maniera costante nella strutturazione del partito, sono stati eletti coordinatori Monica Frassoni, co-presidente del Partito Verde Europeo (ex Sel) e Fabio Granata (Pdl poi passato in Fli).

Variegata anche la platea dei promotori e fondatori: si va dagli ex senatori Pd Francesco Ferrante e Roberto Della Seta, ad esponenti della Green Economy, ambientalisti – molti con un trascorso nei Verdi o in Legambiente – amministratori locali, rappresentanti della cultura italiana come il presidente del FAI (Fondo Ambiente Italiano) Prof. Andrea Carandini e il filosofo Mauro Ceruti.

Presenti anche Don Luigi Ciotti di Libera, il segretario generale dei Verdi Europei (con cui condividono programma e obiettivi politici) Jacqueline Cremers e il sindaco di Roma Ignazio Marino. Tutti ribadiscono però il medesimo concetto:

non si tratta di un movimento “trasversale”, ma di un’impresa politica basata sulla condivisione di una visione comune, l’assoluta necessità di creare, per l’Italia, un futuro e una via d’uscita alla crisi attraverso la green economy.

Il progetto Green Italia, tenuto a battesimo nel giugno scorso e da allora portato in giro in tutto il Paese, nasce – nelle parole dei promotori – con l’obiettivo di:

mettere l’ecologia nel cuore della politica, offrire agli elettori italiani un’altra scelta da quelle oggi disponibili: la scelta di un progetto politico fondato sull’idea di un green new deal per l’Italia.

 

A chi gli chiede come si ponga Green Italia rispetto a destra e sinistra, Roberto Della Seta risponde chiamando in causa Alex Langer, che già trent’anni fa invitava gli ecologisti a sfuggire alla logica tipicamente italiana del ‘con chi stai’, in favore del ‘cosa vuoi ottenere’, ‘cosa proponi’. Rivendicando un punto di vista sullo sviluppo e sul progresso irriducibile alle categorie

della sinistra e della destra novecentesche, divise su tutto ma unite nel considerare marginali o irrilevanti i problemi dell’inquinamento, del clima che cambia, delle risorse naturali e della biodiversità che si consumano. Queste “larghe intese” ante-litteram, da una parte non hanno evitato, tutt’altro, la crisi economica e sociale più grave da quasi cent’anni, dall’altra ci hanno portato fino all’Ilva di Taranto.

Nessuna alleanza quindi con la destra del nucleare, delle leggi ad personam e dei condoni, né con la sinistra attuale: l’ambizione di Green Italia è quella di «dare rappresentanza visibile e autonoma all’ecologia in politica», continua ancora Della Seta; invita infine a leggere il documento programmatico dell’incontro, sintetizzando in soli quattro punti gli obiettivi che danno il senso della radicalità della loro sfida:

noi pensiamo che sia realistico e sia necessario per l’Italia portare al 100% il peso delle rinnovabili sui consumi di elettricità entro il 2050, portare rapidamente a zero il consumo di suolo libero, dare priorità assoluta al recupero di materia dai rifiuti, raddoppiare in dieci anni le merci e i passeggeri che si spostano non su strada.

 

Non è l’ennesimo partito.

La homepage di Greenitalia

La homepage di Greenitalia

È incredibile come l’Italia sia, tra i grandi Paesi europei, quello dove l’ambiente non è centrale nel dibattito, nel programma e nell’analisi di alcuna forza politica; ricordano ancora Alotto e Corrado:

manca un partito a trazione ecologista che è invece presente nei maggiori paesi europei, che risponda ai segnali che un paese lacerato da zone di grande sofferenza sociale e ambientale lancia senza trovare adeguate risposte.

Non si può certo dire che si sentisse la mancanza di un altro partito nel nostro parlamento, ma che la spinta ambientalista delle forze politiche nostrane fosse oramai ridotta allo stremo è un dato di fatto. Ne è un esempio l’elezione del nuovo Ministro dell’Ambiente ad opera del Governo Renzi «messo lì senza nessun interesse per il ruolo che andava ad occupare», ricorda Monica Frassoni. Sarà proprio questa consapevolezza ad aver spinto questo crogiolo eterogeneo di anime a compattarsi, in vista delle Consultazioni Europee del 25 maggio 2014.

Non è forse un caso se in tempi non sospetti, in occasione della presentazione del movimento a Milano nel dicembre scorso, il leader storico della sinistra ecologista, l’europarlamentare Daniel Cohn Bendit, abbia speso parole dure nei confronti dell’attuale Primo Ministro italiano:

Matteo Renzi non capisce nulla di ecologia, l’Italia ha bisogno di politici che capiscano la connessione tra economia ed ecologia.

La speranza è che la nuova formazione politica nata a Roma mantenga ciò che dice, che sia «verde, innovativa, europea», ma che soprattutto non sia “l’ennesimo partito”.

Questo l’auspicio di Simon Upton Direttore dipartimento ambiente dell’OCSE (Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico):

è il momento giusto per integrare la green growth nelle politiche strutturali e di riforma: il ritmo delle riforme per uscire dalla crisi economica e finanziaria è accelerato e le pressioni ambientali continuano a crescere. I governi hanno un ruolo cruciale da svolgere nella creazione di un quadro politico che consenta cambiamenti di trasformazione verso un percorso di crescita più verde.



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