Trivelle in Adriatico, il paradosso della caccia al petrolio di fronte a una riserva naturale

di Giulia Calogero

12607267_10208260223973664_42877690_nIl petrolio è un elemento naturale.

Il petrolio esiste nei nostri mari, nei nostri fondali e nella nostra terra da milioni di anni.

Il petrolio è un combustibile fossile e possiede particolari proprietà perché durante le ere geologiche la sostanza organica si è trasformata in questo liquido viscoso ormai noto come “oro nero”, un insieme di molecole formate da idrogeno e carbonio: i famosi idrocarburi.

Sono queste microscopiche e antichissime molecole la fonte di energia nascosta, ma relativamente facile da usare, che l’uomo ha presto imparato a far propria e dalla quale dipendono i grandi conflitti del ventesimo secolo.

Le riserve di petrolio di facile accesso – se facile può definirsi l’estrazione con le trivelle o con impianti off-shore in mare – storicamente presenti in Medio Oriente e in poche altre zone mondiali si stanno via via esaurendo. È forse anche per questo che sempre più spesso l’occhio dell’industria petrolifera sta volgendo verso nazioni che rappresentano solo lo 0,1 % sul totale di giacimenti al mondo (fonte: BP statistical review of world energy). Tra queste anche l’Italia.

Una premessa noiosa quella fatta finora, ma che serve a capire che se il petrolio di per sé è un elemento naturale, quello che invece noi – estraendolo, raffinandolo e utilizzandolo – restituiamo al sistema natura non lo è, sia che ciò avvenga in Paesi sfruttati da decenni per l’estrazione o in casa nostra.

Un capodoglio nel Mediterraneo - Credits: Sara Durante

Un capodoglio nel Mediterraneo – Credits: Sara Durante

Ne è un esempio quello che sta succedendo con le trivelle nell’Adriatico. Stando alla recente denuncia di Angelo Bonelli (Federazione Verdi), un decreto del Ministero dello Sviluppo Economico ha recentemente autorizzato le ricerche petrolifere davanti alle isole Tremiti. Così, alla modica cifra di circa 2000 euro l’anno versati allo Stato, la società irlandese Petroceltic avrà il permesso di ispezionare i fondali italiani per la ricerca di giacimenti su una superficie di circa 370 km2. La fase esplorativa che riguarda la ricerca di idrocarburi non è, però, esattamente come lo snorkeling con pinne e maschera, ma utilizza sistemi avanzati per la prospezione geofisica come gli air gun.

12650331_10208259832603880_276815619_nQuesto metodo di ricerca prevede il rilascio rapido di aria compressa che crea una bolla che si propaga nell’acqua e genera onde a bassa frequenza in grado poi di fornire un rilievo dettagliato e affidabile della stratigrafia dei fondali marini. L’esplosione di un air gun produce un rumore circa 100.000 volte più forte di quello di un jet. Questo effetto ha un nome preciso – inquinamento acustico – e delle conseguenze ben note alla comunità scientifica: non solo gli impatti sulla fauna marina possono essere già di per sé molteplici, ma in particolare le ricadute più gravi si hanno sui cetacei, per i quali si spazia da problemi fisiologici, acuti o cronici a quelli comportamentali e percettivi. Disorientamento o danni specifici agli organi uditivi portano poi spesso al decesso dell’animale.

L’Adriatico, così come tutti i mari del Mediterraneo, è una zona di passaggio per diversi cetacei che potrebbero trovarsi nel raggio di azione degli air gun e subirne gli effetti. Questa zona del resto è già messa a dura prova: a pochi km dall’area pugliese delle Tremiti, lungo le coste abruzzesi, c’è il comune di Vasto che da alcuni anni è spettatore di numerosi spiaggiamenti di cetacei (capodogli e delfini) e tartarughe.

La perdita di biodiversità rappresenta uno degli obiettivi a cui porre un freno da molti anni ormai, motivo per cui vengono sempre di più avviate procedure per l’istituzione di riserve marine o parchi. L’arcipelago delle Tremiti ricade sotto l’amministrazione del Parco Nazionale del Gargano e le isole stesse appartengono alla riserva naturale marina Isole Tremiti.

È sempre difficile dare un valore monetario a cose come la bellezza paesaggistica e la biodiversità, ma ormai la correlazione esistente tra perdita di biodiversità e diminuzione del valore ambientale (e quindi anche turistico) ed economico in seguito al calo di specie destinate alla pesca è abbastanza noto. Lo stesso presidente del Centro studi Cetacei, Vincenzo Olivieri, lo ha ricordato recentemente ai microfoni del Tg3: “Esplosioni fino a 260 decibel ripetute ogni 10-12 secondi per settimane o mesi possono portare a danni diretti o indiretti alla fauna marina”.

L’istituzione di un’area parco ha l’obiettivo di proteggere particolari ambienti da questi rischi. Eppure, appena a largo delle Tremiti il decreto del Mise autorizza le ricerche petrolifere; seppure esiste un emendamento alla Legge di Stabilità che vieta nuove trivellazioni entro le 12 miglia marine (ma oltre questo limite non esiste legge che possa impedirlo).

12647851_10208259833443901_1336606715_nUna possibilità sembra però ancora esserci: il referendum relativo alla durata delle autorizzazioni a esplorazioni e trivellazioni dei giacimenti rilasciate prima della Legge di Stabilità.

Lo scorso 19 gennaio la Corte costituzionale ha stabilito che nei prossimi mesi gli italiani dovranno decidere se accettare o meno l’estrazione di petrolio fino ad esaurimento del giacimento anche a largo delle coste (oltre le 12 miglia). In sostanza si chiederà se essere favorevoli all’estrazione di una fonte di energia fossile in via di esaurimento, che comporta e comporterebbe notevoli disagi se non danni certi all’ambiente marino costiero, oppure se iniziare a pensare che lasciare la strada vecchia per la nuova potrebbe non essere così male, visto che in questo caso si sa anche cosa si trova. O quantomeno a cosa si va incontro: avviare il nostro Paese verso una seria politica energetica da fonti rinnovabili. E perché no magari nel frattempo poter continuare ad andare alle Tremiti e godere dello spettacolo naturale che offrono.



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