Stavolta vincono le balene, e il Giappone dovrà farsene un ragione

di Rossana Andreato

Azione di Greenpeace contro una baleniera Giapponese nell'Oceano Antartico Azione di Greenpeace contro una baleniera Giapponese nell’Oceano Antartico
È di ieri la decisione dell’Aja, la Corte Internazionale di Giustizia delle Nazioni Unite, relativamente alla denuncia fatta nel 2010 da parte dell’Australia (alla quale si è aggiunta poi la Nuova Zelanda), nei confronti del Giappone, colpevole dell’uccisione di centinaia di esemplari di balena all’anno, anche tra le specie in via di estinzione. La sentenza, vincolante e quindi non impugnabile, impone al paese di «revocare ogni autorizzazione, permesso o licenza esistente legata al (programma di ricerca) Jarpa II e astenersi dal rilasciare ulteriori permessi per questo programma». Stavolta il Giappone non può che piegare la testa e obbedire, nonostante abbia comunque espresso il suo disappunto.

Il Giappone, infatti, dopo il divieto di caccia alle balene a fini commerciali, sancito a livello internazionale nel 1986 dalla moratoria della IWC (International Whaling Commission), sostiene che la mattanza delle balene ha essenzialmente scopi scientifici. Peccato che però la carne di balena abbia continuato ad essere presente nei costosi piatti giapponesi. Difficile credere che la scienza costituisca una vera e propria filiera in cui la carne dopo le analisi passa al ristorante o al supermercato.

balene-caccia-giappone-megattereStavolta l’Aja non ha potuto non ascoltare le denunce provenienti da Australia e Nuova Zelanda, che esprimono però la posizione di gran parte dell’opinione mondiale, addirittura anche quella dei Giapponesi. Sì, perché un sondaggio condotto in Giappone nel giugno 2006 dal Nippon Research Centre, ha rilevato che il 95% dei giapponesi non consuma mai carne di balena, o la consuma molto raramente, e che più del 70% è contro le operazioni di caccia alle balene. Sembrano quindi essere i soliti interessi di pochi a determinare fenomeni di questa portata.

In particolare l’Aja ha cercato di verificare se fossero dimostrabili “i fini scientifici” delle operazioni condotte nell’Oceano Pacifico Settentrionale e in quello Antartico, senza esclusione del Santuario dell’Oceano Antartico (istituito nel 1994 proprio per la protezione delle balene). I membri della Corte di Giustizia però hanno valutato che il programma di ricerca scientifica Jarpa II, che nel 2005 ha sostituito il Jarpa, non differiva molto da questo, anzi lo peggiorava, dal momento che aumentava il numero di balenottere minori cacciabili, fino a 900 esemplari, e venivano aggiunte al programma le balenottere comuni. Queste ultime sono state indicate come specie a rischio d’estinzione nella Convenzione di Washington (Convention on International Trade on Endangered Species). Ci si è posti poi formalmente anche la domanda che chiunque sentisse parlare della faccenda si era fatto:«perché uccidere le balene, se il fine è quello di monitorare gli animali e studiarne i meccanismi di competizione?». La corte non ha trovato evidenza di nessuno studio di fattibilità relativo a possibili metodi non letali e ha valutato anche la coerenza delle dimensioni dei campioni catturati, rispetto alle finalità scientifiche. Altri punti che hanno fatto sorgere dei dubbi sono stati la durata non definita del programma di ricerca, la scarsità di dati raccolti, e la mancanza di cooperazione tra Jarpa II e gli altri programmi di ricerca internazionali nell’Oceano Antartico. Ma ciò che lascia più perplessi è il fatto che Jarpa II sia stato lanciato prima ancora che il Comitato Scientifico (organo istituito dall’IWC nell’ambito della Convenzione) concludesse le analisi sui risultati del programma precedente. Tutto ciò ha reso fin troppo evidente quali fossero i reali fini di tutta l’operazione.

«Invece di cercare di proseguire la caccia modificando l’attuale “ricerca” il  Giappone deve unirsi ai programmi di ricerca scientifica internazionali in Antartide per studiare le balene e l’ambiente e sostenere la creazione di una rete di aree protette nell’Oceano Antartico per proteggere l’intero ecosistema».

Questo è il quadro che prospetta Alessandro Giannì, direttore delle campagne di Greenpeace Italia. Greenpeace afferma che continuerà a monitorare la cosiddetta caccia scientifica del Giappone per assicurarsi che non trovi altre scappatoie per aggirare i divieti imposti.

Le associazioni ambientaliste – in primis Greenpeace, Sea Shepherd, WWF, Lav, Enpa – e molte altre a livello nazionale e internazionale tirano un sospiro di sollievo. Ma il problema non è del tutto risolto: Norvegia e Islanda continuano la caccia, seppur saltuaria e per le balene persistono i problemi dovuti all’inquinamento chimico (soprattutto da mercurio) e acustico, al cambiamento climatico, all’aumento del traffico marittimo, alla pesca industriale che le colpisce in maniera diretta e indiretta sottraendo preziose risorse ittiche per il loro nutrimento.

Un’importante tappa è però stata segnata, ora bisogna continuare su questa strada.



Bookmark the permalink.