Shopper con il trucco. La nostra inchiesta su La Nuova Ecologia

di Veronica Meneghello

Quando facciamo la spesa, spesso, subiamo una truffa. Non fra i prodotti che acquistiamo, ma nel sacchetto che li contiene. Su 37 buste prelevate in sette regioni 20 sono fuori legge.

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Istituto italiano plastici, analisi delle shopper – Credit Veronica Meneghello

Nelle scorse settimane Legambiente ha condotto una campagna di monitoraggio per valutare il rispetto della legge, che ha permesso di mettere al bando i sacchetti monouso di polietilene. Su 37 buste per la spesa prelevati presso diversi punti vendita della grande distribuzione in sette regioni, ben 20 sono risultate non conformi alla legge che vieta gli shopper usa e getta non compostabili. A queste ne sono state aggiunte altre 11 provenienti da esercizi commerciali della Capitale. Due di queste, risultate sospette, sono state analizzate dall’ente certificatore Istituto italiano plastici. La prova ha confermato che tali sacchetti monouso non sono compostabili e quindi non a norma. Uno dei due è stato anche conteggiato in scontrino ben 13 centesimi di euro. Oltre al danno la beffa. Insomma, al cittadino consumatore viene fatto pagare un sacchetto che non rispetta la legge.

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Dott.ssa Sara Limbo, docente Università degli Studi di Milano – Credit Veronica Meneghello

Secondo l’Associazione Assobioplastiche più del 60% delle buste della spesa in Italia non sarebbe a norma, in particolare quelle conferite da piccoli negozi di prossimità. È stata proprio una segnalazione dell’associazione che riunisce le principali industrie chimiche nel settore della produzione e della trasformazione delle bioplastiche a dare il via lo scorso settembre all’inchiesta per frode in commercio della procura di Torino, guidata dal Pm Guariniello insieme ai Nas dei Carabinieri. Le indagini riguardano aziende e distributori delle sporte inquinanti. I risultati ottenuti dal magistrato torinese insieme ai carabinieri del Nas confermano i sospetti iniziali: la maggior parte dei sacchetti venduti non sono conformi alla normativa italiana.  Il danno è duplice: da un lato danneggiamento di chi opera correttamente, dall’altro inquinamento della raccolta differenziata. I consumatori, infatti, ignari della truffa, utilizzano i sacchetti della spesa per la raccolta della frazione organica, finendo così per inquinarne il processo. E pensare che le sanzioni ci sono e anche salate:  da 2.500 a 25.000 euro e fino a 100 mila euro se la violazione riguarda quantità ingenti di sacchetti o un valore della merce superiore al 20% del fatturato del trasgressore.

Oggi l’Italia deve lavorare sul fronte dell’illegalità, deve riuscire ad applicare le leggi

– afferma Marco Versai, presidente di Assobioplastiche, che riunisce le principali industrie chimiche nel settore della produzione e della trasformazione delle bioplastiche –

Il nostro compito è sollecitare gli organismi a controllare e, qualora si trovino situazioni di irregolarità, a sanzionare secondo quanto prevede la normativa.

VITTIME IGNARE

I danni principali ricadono su tre categorie: le imprese del settore della chimica verde, impoverite e raggirate dalla contraffazione; i consumatori, non tutelati e ignari della truffa; i piccoli commercianti che pagano ai grossisti buste non a norma senza essere in grado di riconoscere la truffa.  Ai commercianti e ai consumatori, che mediamente pagano 10 centesimi per un sacchetto ecologico, non resta che accertarsi della biodegradabilità

controllando la presenza dei marchi previsti dalla legge – continua Versari – Spesso, però, le scritte che si trovano sui sacchetti sono ingannevoli.

Oggi il grande ostacolo dell’Italia in materia di bioplastica è far rispettare la legge a livello nazionale, anche semplificando le informazioni per i consumatori.

Mentre nel centro-nord la legge pare essere generalmente rispettata, nel centro-sud, dove il numero dei piccoli negozi di prossimità è maggiore, il rispetto della norma sembra essere molto inferiore

afferma Andrea Di Stefano, responsabile affari istituzionali della società Novamont

L’efficienza della norma dipende in parte anche dalla presenza degli impianti di smaltimento dell’organico o dalla presenza della raccolta della frazione organica. Se nel territorio mancano gli impianti per smaltire i materiali biodegrdabili o se i Comuni non prevedono la raccolta della parte organica, l’uso delle buste ecologiche perde parte della sua efficienza e del suo obiettivo.

 

COSA NON HA FUNZIONATO?

A partire dal 1° gennaio 2011 l’Italia ha definitivamente bandito il commercio di buste monouso di plastica. L’obiettivo era duplice: da un lato ridurre drasticamente l’utilizzo di plastica, dall’altro introdurre un materiale che fosse biodegradabile, per rispondere al problema dei rifiuti. Mentre il primo obiettivo si può dire raggiunto in quanto la presenza di plastica nella grande distribuzione è diminuita del 50%, il secondo non ha portato ai risultati sperati, in particolare a causa di un ritardo legislativo. Dopo il divieto di commercializzazione del 2011, si è dovuto attendere un anno prima che la legge determinasse i materiali da utilizzare per i nuovi sacchetti. Un lasso di tempo che ha favorito l’insorgere della contraffazione e ha fatto fiorire il mercato dell’illegalità.

I nuovi sacchetti in commercio spesso non erano più fatti in plastica, come vietava la legge, ma molti riportavano la dicitura biodegradabile con additivi: le buste contenevano infatti alcuni agenti che aiutavano la biodegradazione ma che rendevano il sacchetto non compostabile, con minori costi di produzione

afferma Andrea Di Stefano.

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Sacchetto biodegradabile a norma di legge – Credit Veronica Meneghello

Il misunderstanding sta nel gap semantico tra i termini biodegradabile e compostabile. La normativa italiana, infatti, attraverso la norma armonizzata UNIEN13423:2002, prevede che i sacchetti in circolazione siano contemporaneamente biodegradabili e compostabili. Questo perché la biodegradabilità, se non specificata da altri termini, può diventare una perfetta scappatoia per chi sa trarne il debito vantaggio: tutti i polimeri, infatti, sono biodegradabili in natura anche se in tempi molto lunghi. La compostabilità, invece, detta il tempo entro il quale un sacchetto deve biodegradarsi per essere compatibile con i tempi umani.

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Sacchetto analizzato, non conforme alla norma di legge – Credit Veronica Meneghello

Per fare un esempio, una bottiglia o un sacchetto di plastica hanno un tempo medio di degradazione di circa 400 anni, che varia tra i 100 e i 1000 anni a seconda dell’ambiente, terrestre o marino, in cui vengono gettatati e delle condizioni atmosferiche a cui sono sottoposti. Gli stessi oggi realizzati in materiale biodegradabile e compostabile si degradano entro 6 mesi in ambiente terrestre ed entro 9 in ambiente marino.

L’interesse per i materiali biodegradabili nasce dal tentativo di trovare soluzioni ad un problema rilevante della nostra società: la gestione dei rifiuti

– continua Di Stefano –

Il tasso di produzione dei rifiuti, come noto, è molto alto. Quindi la velocità di trattamento dei rifiuti deve essere paragonabile a quella di produzione per evitare l’accumulo. Da qui la necessità della compostabilità.

L’ITER LEGISLATIVO

L’iter legislativo che ha portato alla riduzione, al divieto e infine al sanzionamento della commercializzazione delle buste di plastica è durato ben 7 anni. Il lungo percorso ha inizio con la Finanziaria del 2007, quando, come scritto nell’articolo 1 comma 1129 della legge 296 del 27 dicembre 2006 viene

[…]avviato un programma sperimentale a livello nazionale per la progressiva riduzione della commercializzazione di sacchi per l’asporto delle merci che, secondo i criteri fissati dalla normativa comunitaria e dalle norme tecniche approvate a livello comunitario, non risultino biodegradabili.

Il 1° gennaio 2011, con lo scadere della legge finanziaria (come stabilito dal comma successivo 1130 296/2006), i sacchetti monouso in polietilene sono definitivamente fuori legge. La legge, però, non è ancora definitiva. Si è dovuto attendere un anno prima che il DL del 25 gennaio 2012, convertito, con modificazioni, dalla legge del 24 marzo 2013 n.28, introducesse sanzioni amministrative pecuniarie da attivare dopo sessanta giorni dall’emanazione del decreto stesso. Serve, però, un’accettazione da parte dell’Unione Europea che arriva solo successivamente e che attiva il livello sanzionatorio a partire dal 21 agosto 2014. Ma, come già detto, la parte sanzionatoria tarda a dare i suoi frutti. Peccato, perché per una volta l’Italia è all’avanguardia rispetto a tutta l’Europa. Basti pensare che, ancor prima che l’Unione Europea dettasse le limitazioni agli stati membri, l’introduzione della legge in Italia ha ridotto del 50 percento il volume delle shopper non biodegradabili in circolazione, passando da circa 180 mila tonnellate nel 2010 a poco più di 90 mila nel 2013.

In questi anni l’Italia ha ben operato e oggi la norma è chiara e completa

afferma Marco Versari, presedente di Assobioplastiche

A fine 2014 la normativa italiana è anche stata rafforzata dalla posizione europea, che impone agli stati membri forti riduzioni dei sacchetti in polietilene.

ITER LEGISLATIVO

Iter legislativo italiano delle bioplastiche – Fonte: Veronica Meneghello

Dopo il voto favorevole del Parlamento europeo lo scorso aprile, infatti, a novembre 2014 anche gli stati membri si sono detti favorevoli alla limitazione dei sacchetti monouso in plastica. Il testo adottato con voto all’unanimità del Coreper (Comitato dei rappresentanti permanenti degli stati membri) e Commissione Europea favorevole, prevede una riduzione del 50 percento dei sacchetti di plastica utilizzati in Europa e la fatturazione obbligatoria entro il 2018. Ogni cittadino consuma in media 200 sacchetti l’anno, che dovranno essere ridotti a 90 entro il 2019 e a 40 entro il 2025. Ogni Stato è libero di decidere le modalità di riduzione che ritiene più adatte

 […] facendole pagare, stabilendo obiettivi nazionali di riduzione, vietandole a determinate condizioni oppure in altri modi che riterranno più adatti

come si legge nella normativa. L’Italia ha già raggiunto l’obiettivo posto dall’Unione Europea.

Il nostro è un Paese all’avanguardia in questo campo, ma ancora troppo spesso le scritte che si trovano sui sacchetti sono false e ingannevoli. Ora l’Italia deve assolutamente lavorare sul fronte dell’illegalità

conclude Versari.

Cattura

Fonte: Veronica Meneghello

 

INTERVISTA A FRANCESCO FERRANTE, promotore della legge sui bioshopper

La normativa c’è ma troppo spesso viene raggirata. Consumatori e piccoli commercianti sono ignare vittime della contraffazione dei sacchetti biodegradabili, che provoca danni anche a tutto il processo di riciclo.

La normativa italiana prevede sanzioni severe per tutti i trasgressori, applichiamole.

È l’invito di Francesco Ferrante, ex senatore del Pd e proponente della Finanziaria del 2007 che ha introdotto la regolamentazione delle buste di plastica.

Nel campo del commercio e dell’uso dei sacchetti di plastica, qual è la situazione italiana?

L’Italia è stata il primo Paese europeo a  introdurre il divieto sul commercio e sull’utilizzo delle buste di plastica. Questa battaglia in difesa dell’ambiente è iniziata con la Finanziaria del 2007, quando l’emendamento da me proposto introdusse il divieto della commercializzazione dei sacchetti non biodegradabili.  La normativa è entrata definitivamente in vigore nel 2011 e nel 2012 abbiamo rimesso mano alla legge per specificare il significato del termine biodegradabile. Ora la norma è chiara e inattaccabile. L’Italia è all’avanguardia sia a livello di normativa, che dal 2011 impone il divieto di utilizzo dei sacchetti di plastica, sia in termini numerici, in quanto grazie alla norma l’utilizzo dei sacchetti a livello nazionale è già diminuito del 50%, come richiesto oggi dall’Europa.

E in Europa qual è la situazione attuale?

Lo scorso novembre l’Europa ha approvato all’unanimità una norma di riduzione dei sacchetti monouso che riguarda, per ora, solo le buste in plastica non biodegradabili: prevede una riduzione del 50% dei sacchetti utilizzati e la fatturazione obbligatoria entro il 2018. Per raggiungere l’obiettivo di riduzione, gli Stati europei  dovranno, quindi, applicare politiche di disincentivazione, come tasse o strumenti economici. In Italia siamo già oltre la normativa europea: è l’unico Paese in Europa ad aver vietato i sacchetti monouso a livello nazionale. Ci sono però Paesi come Francia e Austria che, sulla base degli ottimi risultati italiani, stanno pensando di replicare il modello anche all’interno dei loro territori.

Cosa manca ancora all’Italia per concludere questo percorso in difesa dell’ambiente?

Nonostante la normativa all’avanguardia, in Italia circolano ancora troppi sacchetti illegali. Oggi la legge è finalmente chiara e completa. Quelli che vanno rafforzati sono gli interventi applicativi: la legge deve prevedere sanzioni giuste e applicabili per punire i trasgressori  ed eliminare il problema alla radice. Solo così il nostro Paese potrà concludere questo lungo percorso. Serve tolleranza zero contro i furbetti delle finte bioshopper e il recente supporto comunitario sarà la giusta spinta per muoversi in questo senso.

A proposito di sanzioni, l’inchiesta di Torino è stato il primo caso di sanzionamento nel campo dei finti sacchetti.

Esatto. L’Italia, all’avanguardia dal punto di vista legislativo, non può lasciare spazio all’illegalità diffusa. L’inchiesta di Torino è andata proprio in questa direzione: è stato il primo intervento concreto contro il commercio di sacchetti illegali. Dietro a questo mercato si muovono cifre altissime ed è quindi un bene che i carabinieri del Nas coordinati dall’indagine del Pm Guariniello abbiamo colto l’entità della truffa. Bisogna continuare in questa direzione.



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