Sanatoria bonifiche: arriva l’emendamento Realacci. Ma non basta

di Giovanna Borrelli
foto da A sud onlus

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Di più si può. Questo chiedono le associazioni ambientaliste sulla questione delle bonifiche dei siti inquinati. L‘emendamento Realacci non ha convinto del tutto gli oppositori all’articolo 4 del decreto Destinazione Italia.

Accolta ieri durante la votazione della Camera per l’approvazione del testo del decreto, la modifica dell’articolo 4 recepisce la condizione che aveva posto la VIII Commissione Ambiente nel suo parere sulla legge.

Secondo Realacci, presidente della Commissione Ambiente Territorio e Lavori Pubblici e primo firmatario della variante, è stato sventato il rischio sanatoria sulle bonifiche: «la Camera ha accolto un emendamento che conferma il principio del chi inquina paga”».

L’emendamento modifica due punti centrali dell’articolo, i più criticati dalle associazioni ambientaliste che avevano espresso grandi riserve sulla nuova normativa:

  • “la revoca dell’onere reale per tutti i fatti antecedenti all’accordo di programma” dovrà essere subordinata al rilascio della certificazione dell’avvenuta bonifica e messa in sicurezza dei siti inquinati da parte dell’Arpa, come previsto dall’articolo 248 del Codice Ambientale;
  • i fondi previsti nel provvedimento non potranno essere utilizzati dagli inquinatori per attuare le bonifiche né la messa in sicurezza dei siti, ma dovranno essere destinati solo a favorire la riconversione industriale e, quindi, lo sviluppo economico dell’area.

Sulla messa in sicurezza però, il testo lascia spazio a dubbi di interpretazione. Infatti l’articolo 240 del Codice dell’Ambiente (d. lgs n.152/2006) prevede:

  • la messa in sicurezza d’emergenza. Ossia, ogni intervento immediato o a breve termine messo in atto in caso di contaminazione repentina. Serve a contenere la diffusione delle sorgenti primarie della contaminazione in attesa della messa in sicurezza permanente o della bonifica;
  • la messa in sicurezza operativa. L’insieme degli interventi eseguiti in un sito con attività in esercizio, per garantire un adeguato livello di sicurezza per le persone e per l’ambiente, in attesa di ulteriori interventi di messa in sicurezza permanente o bonifica da realizzarsi alla fine dell’attività;
  • la messa in sicurezza permanente. Gli interventi adatti a isolare in modo definitivo le fonti inquinanti.

Nella variante dell’articolo 4 non è specificato se la revoca dell’onere reale possa essere attribuita esclusivamente con la messa in sicurezza permanente o anche nelle altre due ipotesi.

Il vicepresidente di Legambiente, pur ammettendo che l’emendamento migliori il testo iniziale dell’articolo, mette in evidenza un altro punto debole della disposizione:

«L’accordo di programma non deve avere natura transattiva e non deve far venir meno l’obbligo di riparare il danno ambientale causato, anche se accertato successivamente alla stipula dell’accordo di programma, che in tal caso ovviamente andrebbe integrato».

L’emendamento non ha suscitato, invece, nessun entusiasmo nelle associazioni Forum Italiano dei Movimenti per l’Acqua, del Coordinamento Nazionale Siti Contaminati, degli amministratori dei Comuni ricadenti nei Siti Nazionali di Bonifica (SIN) e della campagna Stop Biocidio di Lazio e Abruzzo. Durante la conferenza stampa di ieri alla Camera dei Deputati hanno ribadito tutte le loro perplessità sulla questione, definendo la modifica una “foglia di fico per un provvedimento che resta del tutto inaccettabile”. Per la Rete Comuni Sin l’art.4 è totalmente da cancellare dal decreto.

 

Grandi assenti rimangono i cittadini. Nel comunicato stampa diffuso in rete dopo la conferenza i comitati denunciano:

«è clamorosa la mancanza di norme per assicurare la partecipazione dei cittadini e la trasparenza dei procedimenti nella formulazione degli accordi di programma».

Anche Legambiente esprime i suoi dubbi su questo punto ponendo il problema dei siti rimasti orfani, perché i responsabili non sono stati identificati o perché le aziende inquinatrici sono fallite. Stefano Ciafani fa la sua proposta:

«Occorre istituire un fondo nazionale sul modello del Superfund americano, sovvenzionato dal mondo dell’impresa in proporzione alla pericolosità e all’impatto ambientale causato dallo specifico settore produttivo».

 

 

 



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