#ijf15: quante sono le “Terre dei Fuochi”?

di Rossana Andreato

L’anno scorso uno degli incontri più importanti del Festival Internazionale del Giornalismo di Perugia, al quale aveva assistito un vastissimo pubblico, alla presenza anche dell’allora Ministro dell’Ambiente, Andrea Orlando, era stato quello sulla cosiddetta Terra dei Fuochi. Un tema che nell’inverno 2013-2014 aveva assunto una rilevanza ed un’eco mediatica tale da esser riuscito, un anno e mezzo fa, a portare in piazza 100 mila persone.

L’appuntamento è stato rinnovato quest’anno con il panel discussion dal titolo “L’altra Terra dei Fuochi: Lombardia e Campania, cronache e silenzi a confronto”, svoltosi la mattina del 16 aprile, sempre al Festival di Perugia. È stata l’occasione per fare il punto della situazione e per analizzare nuovi contesti di emergenza che cominciano a rivelare “un fenomeno che unisce tutta l’Italia”, come l’hanno definito Giuseppe Manzo, giornalista e scrittore che insieme ad altri giornalisti, attivisti, medici e ricercatori nel 2012 ha lanciato la campagna Stop biocidio, e Pier Luigi Maria Dell’Osso, procuratore generale di Brescia, presente al dibattito.

Terra dei Fuochi/Angelo Ferrillo

Terra dei Fuochi/Angelo Ferrillo

Il 5 febbraio dell’anno scorso il decreto sulla Terra dei Fuochi è diventato legge, sembrava quindi che si fosse finalmente intrapresa la strada giusta per tutelare e risanare questo martoriato territorio. Tutte buone notizie, racconta Manzo, se non fosse che a più di un anno dall’approvazione della legge, nulla è cambiato: bonifiche, screening sulla popolazione, prevenzione, tutte cose promesse ma mai messe in atto.

Dell’Osso parla di passi indietro invece che passi in avanti, e racconta un’altra Terra dei Fuochi, quella del nord, nata dallo sviluppo industriale di centri come Brescia e Milano, città dalle quali è partita la “rivoluzione industriale” italiana, che per molti anni hanno fatto da traino economico per il Paese e sono diventati in seguito, punto di riferimento anche per il conferimento illecito dei rifiuti.

Così mentre si parlava dell’emergenza in Campania il traffico di rifiuti andava avanti senza sosta, anche dalla Campania verso il nord, ma non solo: si è scoperto che i rifiuti prevenivano e provengono tutt’oggi pure da Australia, Slovenia e da tutta l’Europa.

Elevata attività industriale significa grandi quantità di rifiuti industriali, che non entrano nel ciclo dei rifiuti urbani, devono essere smaltiti con costi maggiori ed è da qui, dal tentativo di alcuni imprenditori di aggirare il problema e dal conseguente appoggio alle mafie presenti nel territorio, che nasce e si autoalimenta questo sistema.

In queste zone i roghi sono meno frequenti, ma il livello di inquinamento e illegalità è molto simile.

Si tratta di paesi come Montichiari (BS), Pioltello(MI), in cui è stata realizzata una bonifica “fantasma”, Castenedolo (BS), dove le mamme, preoccupate dagli elevati tassi di malattia, anche infantili, come quelle di Caivano (NA), si sono organizzate, e battagliere, hanno fatto delle riprese dall’elicottero per monitorare il loro territorio. Oppure Berzo Demo (BS): qui la società Selca che trattava rifiuti speciali è fallita, ma i rifiuti dall’Australia hanno continuato ad arrivare. In parte sono stati stoccati, ma una parte è rimasta alle intemperie e nel corso degli anni, con il ruscellamento della pioggia, le polveri tossiche sono arrivate al fiume Oglio. Tutti paesi che hanno visto i loro territori diventare punto di attrazione per enormi quantità di rifiuti, per lo più tossici, la cui entità risulta difficile definire con precisione.

E una situazione simile si sta cercando di approfondire in Umbria: attorno ai distretti industriali sembra svilupparsi lo stesso tipo di attività illecite legate ai rifiuti. Sembrano insomma varie puntate di una pessima fiction, con l’unica differenza che non si parla di finzione, ma di realtà e che non abbiamo alcuna voglia di attendere la puntata successiva.



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