Pacchetto clima-energia 2030: delusi gli ambientalisti

di Francesco Paniè

Il commissario europeo all’Azione climatica Connie Hedegaard
(foto: Francesco Paniè)

Buoni propositi, qualcuno. Possibilità di realizzarli, pochine. La presentazione del pacchetto clima-energia 2030 da parte del commissario europeo all’Azione climatica, Connie Hedegaard, lascia scontenti molti ambientalisti.

Connie Hedegaard

(foto: Francesco Paniè)

La Hedegaard ha difeso le misure che comporranno la direttiva in una conferenza stampa tenutasi ieri, negli uffici della Commissione europea a Roma. La tappa italiana del commissario è parte di una serie di incontri con i ministri degli Stati membri. L’intento è sensibilizzare i governi a definire politiche coraggiose per raggiungere i traguardi previsti dalla strategia europea. Questa individua nel 2030 la deadline per tagliare del 40% le emissioni di CO2 rispetto ai valori del 1990, raggiungere il 27% di consumo energetico da fonti rinnovabili e muoversi nella direzione dell’efficienza. Dunque si alza l’asticella posta dalla precedente direttiva, la 20-20-20, per far fronte al grido d’allarme lanciato dall’Ipcc con il suo rapporto sul cambiamento climatico. Eppure secondo numerose associazioni ambientaliste, Legambiente in testa, il passo in avanti è troppo timido. Le Ong criticano in primo luogo la poca ambizione del provvedimento: chiedono infatti una riduzione delle emissioni di gas climalteranti (CO2, metano, clorofluorocarburi…) pari al 55%, per restare in linea con l’obiettivo del 95% entro il 2050. Mettono poi all’indice l’assenza dello stesso vincolo nel caso delle rinnovabili e dell’abbattimento dei consumi. Infatti, se il taglio delle emissioni è misura vincolante e deve attuarlo ciascuna Nazione, non può dirsi altrettanto dell’aumento della quota di energie pulite. Quel 27% è da raggiungere agendo a livello comunitario, cioè insieme agli altri 27 Paesi dell’Unione. Questo concede agli Stati una certa libertà di manovra riguardo alle modalità con cui convertire il sistema energetico. Una flessibilità che si riscontra anche sul versante dell’efficienza energetica, cioè la riduzione dei consumi di energia grazie alla modernizzazione delle tecnologie. In merito l’Ue non fornisce altro che nebulose indicazioni. Ora, l’azione comune sarebbe decisamente più incisiva in un modello federativo, cioè dentro gli ipotetici Stati Uniti d’Europa. Nel modello confederativo – ossia il limbo attuale in cui sguazza l’Europa priva di una politica comune – le cose diventano ben più complicate. Ciascuno Stato, infatti, deve fare i conti con gli stakeholders interni – ad esempio i produttori di energia da fonti fossili – e l’interesse degli altri Paesi a non cedere rendite di posizione. Uno scenario quanto mai complicato, che tuttavia il commissario Hedegaard ritiene il migliore possibile.

«La volontà di lasciare spazio di manovra ai singoli Stati permette a ciascun governo di essere più libero di agire più sul fronte delle rinnovabili o, al contrario, su quello dell’efficienza. Non tutti hanno le stesse uguali strategie e possibilità: ciò che importa è arrivare a un risultato comune».

Il tentativo europeo pare quello di cercare un approccio comunitario alle politiche energetiche, allo scopo di arrivare prima o poi a dotarci, tutti e 28, di parametri comuni e abbassare così i costi dell’energia.

«Vale la pena investire in questa scommessa – ha spiegato Connie Hedegaard – perché si tratta di sforzi che sul lungo periodo pagano. Soprattutto se pensiamo che l’Italia spende ogni anno 62 miliardi di euro per importare da Russia e Medio Oriente energia ottenuta da fonti fossili».

Un mucchio di soldi che contribuiscono alla vera e propria montagna spesa dall’Unione per lo stesso motivo: 545 miliardi.

«Quelle cifre si potrebbero investire in strategie di più ampio respiro, di modo da creare posti di lavoro nel settore verde e dentro i confini europei. Esiste un nesso fra crisi economica e crisi climatica, e si può dare un contributo alla risoluzione di entrambe agendo a livello comunitario sulle politiche energetiche».

Resta da vedere se, mancando i vincoli, questo contributo verrà dato o meno. Il punto nodale è infatti l’assenza di sanzioni per il mancato raggiungimento degli obiettivi contenuti nel pacchetto. Forse il Belpaese avrà un motivo in più per darsi da fare, visto che a giugno assumerà per 6 mesi la presidenza dell’Unione. La parola d’ordine è: vietato fare brutte figure. Noi. Ma gli altri?



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