Nucleare, Greenpeace lancia l’allarme: “100 reattori troppo vecchi in Europa”

di Francesco Paniè

 

Centrale nucleare

(foto: lucabecattini.it)

Greenpeace protesta in sei Stati europei per denunciare i nuovi investimenti sul nucleare. 240 attivisti dell’associazione hanno manifestato ieri in Belgio, Svizzera, Svezia, Francia, Spagna e Paesi Bassi: l’iniziativa ha coinciso con la presentazione del rapporto “Lifetime extension of ageing nuclear power plants: entering a new era of risk” (L’estensione della durata di vita delle vecchie centrali nucleari: inizio di una nuova era di rischio), volto a sensibilizzare l’Unione sulla necessità di promuovere politiche orientate a un futuro basato sulle energie rinnovabili.

Dall’analisi emerge che su 151 reattori nucleari operativi in Europa (esclusa la Russia), 67 hanno più di trent’anni, 25 più di trentacinque e 7 superano i quaranta. Il ciclo di vita medio di un reattore è fra i trenta e i quarant’anni. L’Italia è letteralmente circondata da queste cariatidi atomiche, che torreggiano lungo tutto l’arco alpino. Sono ben 16 quelli attivi che hanno già superato la soglia, e appartengono a 8 centrali: 4 francesi, 3 svizzere e una slovena.

reattore nucleare

Schema di un reattore nucleare
(fonte: archivionucleare.com)

Invece di chiuderle, però, sembra che molti Stati stiano decidendo di aggiornarle. Gli ambientalisti puntano il dito contro il rischio di incidenti che inevitabilmente cresce rattoppando impianti obsoleti: ritengono impossibile elevare ai nuovi standard le centrali costruite troppi anni fa. E se anche si riuscisse, i costi per le modifiche sarebbero causa di una perdita di competitività del nucleare sul mercato dell’energia. Tuttavia, chi gestisce il business del nucleare ha in mente una diversa strategia: aumentare la potenza delle centrali più vecchie senza spendere troppo, e dunque progettando interventi per allungare la vita dei reattori. Oltre a presentare vantaggi economici per chi la persegue, una tale scelta accresce i rischi per l’ambiente e la cittadinanza. Più potenza significa più energia termica e di conseguenza più emissioni di vapore e necessità dell’apporto di liquido per il raffreddamento. La somma è un maggiore stress per le tubature (già anzianotte) e i sistemi di scambio del calore.

Inoltre, installare componenti nuove può dar vita a malfunzionamenti nei punti di giuntura fra queste e quelle più datate.

Ciliegina sulla torta, molte vecchie centrali sono state costruite senza tener conto di terremoti o impatti aerei. È necessario perciò non escludere dalla ristrutturazione anche le strutture esterne, che a seguito di fenomeni naturali troppo violenti potrebbero subire danneggiamenti.

Eppure i controlli degli impianti avvengono periodicamente. Il problema è che gli stress test dell’Unione europea per stabilire la robustezza dei reattori sembrerebbero basarsi su metodi che non danno il dovuto peso all’alterazione dei materiali causata dal trascorrere degli anni.

Tuttavia, a rendere immutabile per il momento questo ordine di cose è il fatto che l’energia nucleare sia ancora troppo conveniente. Il regime legale odierno protegge gli operatori del settore attraverso misure che gli addebitano soltanto una responsabilità limitata, scaricandone una quota sulle finanze pubbliche. I premi assicurativi per un disastro atomico non salgono con l’invecchiare dei reattori e così si mantengono artificialmente bassi i costi del rischio, mettendo il nucleare in condizioni di vantaggio competitivo sulle altre tecnologie, costrette a internalizzare completamente quegli stessi oneri.

nucleare

(foto: radicaliflv.it)

L’unico appiglio nel prossimo futuro, per Greenpeace e per gli ambientalisti in generale, è il Consiglio europeo del 20 e 21 marzo. In quella sede sperano che la politica trovi la forza per gettare il cuore oltre l’ostacolo, modificando (con un compromesso al rialzo) le misure contenute nel pacchetto clima-energia 2030 e fissando nuovi tetti il per taglio della CO2, il consumo di energie pulite, l’efficienza energetica.

 

 



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