L’incubo della moda: abiti per bambini con sostanze pericolose

di Lory Strano
Foto da Ufficio stampa Greenpeace

Foto da Ufficio stampa Greenpeace

Li abbiamo visti arrampicarsi e poi calarsi dalla cupola della galleria di Milano. Stendere uno striscione che recitava: “The king is naked“. Perché? Cosa vogliono dirci gli attivisti di Greenpeace? Vogliono gridare le loro allarmanti scoperte sulle bugie tossiche della moda: abiti per bambini contaminati da sostanze chimiche pericolose.

Le ricerche e i dati riguardano marchi popolari come Primark e Disney, sportivi come Adidas Nike, fino ad arrivare a marchi d’alta moda come Dior e Armani.

I volontari stanno continuando le loro azioni di protesta in 14 città italiane, davanti alle vetrine di VersaceD&GLuis Vuitton. Vestiti da re e cortigiani proclamano un editto per bandire le sostanze tossiche; vanno dagli store manager per sottoporre loro le adesioni all’impegno; informano i consumatori sui risultati. La campagna si chiama Detox e ha già convinto 18 marchi a impegnarsi per eliminare le sostanze dai vestiti e ad adottare una politica “Scarichi Zero”. Perché non si tratta solo dei pericoli presenti nei prodotti ma anche di tutte quelle sostanze rilasciate nell’ambiente durante le fasi di produzione che poi raggiungono le acque dei nostri fiumi, mari e laghi. Inconsapevolmente contribuiamo anche noi che, con i lavaggi in lavatrice, sprigioniamo questi “piccoli mostri”. Di quali sostanze stiamo parlando?

L’ultimo rapporto A little story about the monsters in your closet fa luce sulla questione. Sono stati esaminati 82 articoli per bambini (inclusi anche costumi da bagno e scarpe) acquistati tra maggio e giugno 2013, in 25 paesi. Questi i marchi del campionamento: Primark, American Apperal, C&A, Disney, Gap, H&M, Uniglo, Adidas, LiNing, Nike, Puma e Burberry. L’università di Exeter in Gran Bretagna ha curato le analisi, smistando i prodotti in laboratori indipendenti. Ogni marchio ha riportato uno o più capi contenenti le seguenti sostanze:

Nonilfenoli etossilati, non esistono in natura, servono a legare acqua e coloranti ma non si dissolvono facilmente e risultano pericolosi per fiumi e mari. Inoltre hanno effetti negativi sui meccanismi ormonali.

Ftalati, rendono soffice la plastica ma penetrano nella pelle e possono provocare malformazioni agli organi riproduttivi.

Composti perfluoranti(PFCs), rendono resistenti i capi all’acqua, alle macchie e al fuoco ma vengono assorbiti, penetrano nel sangue e possono interferire con gli ormoni che regolano la riproduzione.

Cadmio, usato per le tinture, non apporta alcun beneficio al corpo umano, sopravvive negli organismi e nell’ambiente per lungo tempo e può indebolire ossa e danneggiare il fegato.

Questi stessi prodotti chimici sono stati riscontrati anche in capi d’alta moda. Lo rivela lo studio The king is naked, il primo effettuato da Greenpeace esclusivamente i grandi marchi come Dior, Dolce & Gabbana, Giorgio Armani, Hermes, Louis Vuitton, Marc Jacobs, Trussardi e Versace. 27 i capi esaminati, la maggior parte acquistati e prodotti in Italia. Il 59% è risultato positivo a una o più sostanze tossiche. Nei prodotti di tutti questi marchi sono stati trovati residui, tranne in quelli firmati Trussardi (ma secondo il rapporto non si può definitivamente escludere, dato il campione ristretto).

Dove si vuol arrivare? Greenpeace sostiene che le grandi aziende possono adottare soluzioni significative per ridurre il loro impatto ambientale e per questo chiede loro l’eliminazione di queste sostanze entro il 2020. Già 18 aziende si stanno impegnando per mantenere le loro promesse ad eccezione di: Nike, Adidas, Lining e Armani.

Ma gli impegni dovrebbero coinvolgere tutti: «Greenpeace insiste affinché i governi adottino un impegno politico per l’eliminazione di tutte le sostanze chimiche pericolose entro una generazione» si legge nel rapporto.

consumatori cosa possono fare? L’appello dell’associazione ambientalista si rivolge anche a loro e li esorta a fare pressione sulle firme per una moda più pulita.

Per aderire basta firmare la petizione.

 

 

 



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