Land grabbing: benificiari internazionali, vittime locali

di Veronica Meneghello
Land grabbing mondiale fino al 2008, prima della crisi dei prezzi alimentari http://agro.biodiver.se/2008/11/neo-colonial-land-grab/

Land grabbing mondiale fino al 2008, prima della crisi dei prezzi alimentari http://agro.biodiver.se/2008/11/neo-colonial-land-grab/

Dove si aprono opportunità, spesso ci sono anche rischi: ma quando le persone colpite hanno poco o nessun potere, i rischi sono maggiori dei potenziali benefici. Perché è di potere che stiamo parlando.

 

Queste le parole del Relatore Speciale dell’ONU sul Diritto al Cibo, Olivier de Schutte alla UN General Assembly Human Rights Council, nel 2009.

Pratica ormai sempre più diffusa, il termine land grabbing si riferisce all’accaparramento illegittimo di terra da parte di uno stato all’interno di un altro stato, solitamente tra i cosiddetti paesi in via di sviluppo. Secondo una ricerca condotta dalla Land Matrix Partnership, tra il 2001 e il 2011 circa 227 milioni di ettari di terre sono stati venduti o affittati a investitori internazionali, un’area corrispondente all’intera Europa orientale. Dopo il 2008 questa pratica è aumentata del 1000%, a causa della crisi dei prezzi alimentari. Le finalità sono fondamentalmente due: produzione di cibo per esportazione o per biocarburanti. Il 26 maggio 2011, con la dichiarazione di Tirana, l’International Land Coalition (ILC) ha definito e denunciato il land grabbing come acquisizioni e concessioni che:

  • violano i diritti umani
  • ignorano il principio di consenso ‘libero, preventivo e informato’ delle comunità che utilizzano quella terra
  • ignorano l’impatto sociale, economico, ambientale
  • evitano contratti trasparenti
  • evitano la partecipazione democratica e informata e il controllo indipendente della comunità

 

http://www.oxfamitalia.org/coltiva/coltiva/bastalandgrab

http://www.oxfamitalia.org/coltiva/coltiva/bastalandgrab

I motivi alla base dell’attuale corsa alla terra sono molteplici e concatenati: dai più noti -aumento di popolazione, necessità di risorse e cambiamenti climatici- fino a politiche governative e internazionali che, nonostante il proposito positivo, spesso finiscono col minare i diritti sulla terra delle comunità locali. Ne sono un esempio i target imposti da UE e USA sull’utilizzo di biocarburanti per diminuire le emissioni di CO2, o ancora i Clean Development Mechanism (CDM) delle Nazioni Unite, che permettono a uno stato di non sforare il proprio tetto di emissioni grazie alla delocalizzazione di una parte di esse in un paese in via di sviluppo.

I governi nazionali sono gli unici in grado di proteggere i propri produttori locali. Spesso, però, sono i primi a mettere in vendita grandi porzioni di terra a prezzi bassissimi incentivando così l’accaparramento di suolo senza garantire alcuna forma di tutela alle proprie comunità, come descritto in maniera dettagliata da Oxfam nei casi studio esaminati dal rapporto La nuova corsa all’oro.

Alcuni governi, infatti, in particolare in Africa, stanno effettuando una corsa al ribasso dei prezzi di vendita dei terreni per attrarre il maggior numero di investitori e migliorare così la loro bilancia dei pagamenti. Gli incentivi offerti da questi stati prevedono importazioni esentasse di infrastrutture, assenza di restrizioni e impiego gratuito di risorse idriche. Non si rispettano così gli impegni presi nel G8 del 2009 a  L’Aquila, con la Food Security Initiative, o con il Comprehensive Africa Agriculture Development Programme (CAADP), programma in favore dei piccoli produttori, donne in particolare.

Come scritto nel rapporto sulla terra dell’High Level Panel of Experts on Food Security and Nutrition (HLPE/FSN) al Comitato sulla Sicurezza Alimentare sono pochi i casi in cui l’investimento internazionale dei terreni ha migliorato la produttività e aumentato il reddito della popolazione rurale. Al contrario dal rapporto risulta che l’investimento su larga scala sta danneggiando sempre più la sicurezza alimentare, i redditi e l’ambiente per la popolazione locale.

 

http://www.oxfamitalia.org/coltiva/coltiva/bastalandgrab

http://www.oxfamitalia.org/coltiva/coltiva/bastalandgrab

Al land grabbing si accosta anche il meno noto land banking, ossia l’acquisto di terra per scopi speculativi che anticipa gli incrementi dei prezzi della terra per approfittare dei futuri aumenti di prezzo. Le analisi della Banca Mondiale mostrano che nel 2011 l’80% dei 56 milioni di ettari sottoposti a land grabbing è rimasto inutilizzato, facendo così pensare a una larga quota di investimenti per land banking.

Le vittime dell’economia internazionale rimangono le comunità locali, private del diritto di informazione, proprietà e libera espressione. Espropriarle della terra non è solo illegittimo, spesso significa privarle di sicurezza alimentare, nonché di futuro.

Gli investitori stranieri hanno accesso a migliaia di ettari di terra quasi gratis, mentre se noi produttori di  piccola scala del Kenya vogliamo ampliare la nostra area produttiva, è impossibile. C’è qualcosa che non torna (Stephen Muchiri, Eastern Africa Farmers Federation).



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