La terra vista dall’uomo: biologia ed ecologia

di Flavio D’abramo

Da sempre l’uomo si interroga su grandi questioni. Come ad esempio quella che riguarda il rapporto tra noi, animali umani, e l’ambiente che ci circonda. La questione ha interessato i grandi filosofi, da Aristotele a Platone, ma anche altri grandi pensatori e scienziati come Ippocrate di Cos, che scrisse molto sulla relazione tra caratteristiche dell’ambiente e salute (Ippocrate, 2008, “Le arie, le acque, i luoghi”, in Opere, UTET).

Ippocrate era interessato al rapporto tra persone ed ambienti, perché alcuni contesti favoriscono la salute, mentre altri la degradano. Ad esempio, abitare in luoghi particolarmente ventosi o umidi può avere degli effetti deleteri. Ovvio, potremmo dire oggi. Così come, sottolineava ancora il medico ellenico,

«i popoli non assoggettati a despoti ma [che] vivono liberi e per se stessi si affaticano, ebbene questi son fra tutti i più valorosi e che godono di salute migliore dei popoli a cui invece tocca la necessità di combattere e soffrire e morire in pro dei padroni, lontani dai figli, dalle spose, dagli amici» (p. 192).

 

Vitigni terrazzati. Nord del Portogallo - regione Douro

Vitigni terrazzati nella regione dell’alto Douro – Portogallo. Foto di Flavio D’Abramo

Anche gli agricoltori e gli allevatori si sono spesso posti particolari domande sulla relazione con l’ambiente circostante. L’etica con cui si trattano animali e piante non è altro che un modo pratico per far crescere e prendersi cura di questi organismi. Un’etica che passando attraverso la relazione con questi organismi produce il rispetto di se stessi.

Nella misura in cui chi produce si ciba di quegli stessi prodotti, una particolare modalità etica di coltivare ed allevare produce effetti immediati. Ora, con l’introduzione di pratiche che favoriscono le economie di grande scala, difficilmente ci si pone la domanda di quale comportamento etico adottare per trarre beneficio dalle attività agricole e di allevamento. Prima, quando la carne si mangiava una volta all’anno, chi allevava l’animale, era interessato al suo benessere e che soffrisse il meno possibile, anche nell’atto del suo sacrificio – in alcune religioni sono codificate regole di allevamento, coltivazione e processamento del cibo, ad esempio nelle regole Kosher e Halal. Ciò permetteva che il cibo fosse non solo più sano dal punto di vista materiale – un animale che soffre produce più tossine – ma anche, e soprattutto, dal punto di vista simbolico – grazie alla nostra innata capacità di immedesimazione, la vista di un animale sofferente ci farà soffrire.

Gregge di pecore nel parco degli Acquedotti - Roma

Gregge di pecore nel parco degli Acquedotti – Roma. Foto di Flavio D’Abramo

Oggi la stragrande maggioranza di chi alleva animali, spesso non se ne ci ciba. Chi è entrato dentro una porcilaia, o un allevamento intensivo di vacche o di polli, giura che non ne mangerà mai più perché le condizioni di vita sono così umilianti, che l’offesa fatta a quegli esseri insulta anche il senso di mutualismo e solidarietà che da sempre caraterrizza le nostre relazioni umane e quelle che intercorrono tra gli altri animali.

Ad interrogarsi sul rapporto tra noi e l’ambiente, ci sono molte altre categorie di persone. A differenza di allevatori ed agricoltori, gli ecologi sono una categoria relativamente giovane. Il termine ecologia nasceva in Germania nel 1866, per mano del biologo e filosofo Ernst Haeckel (1834-1919), che era il principale traduttore tedesco dell’opera di Darwin. L’ecologia era considerata da Haeckel la scienza che studia le relazioni tra l’organismo e gli ambienti.

Un altro biologo che si interessò molto alla relazione tra comunità di organismi ed ambienti, prese spunto dalla pratica degli allevatori. Sulla scorta dell’esperienza degli allevatori, che selezionano i loro capi, Charles Darwin (1809-1882) sviluppò l’idea di una selezione naturale. Darwin non solo si interessò allo sviluppo del concetto di selezione naturale, ma mise anche in luce il modo in cui i diversi organismi che compongono un habitat sono in relazione reciproca e interdipendente.

Il pregio delle teorie evoluzionistiche del sette e ottocento è stato quello di considerare animali, piante ed ambienti (ad esempio quelli geologici), come entità che mutano reciprocamente. Infatti in quei tempi alcuni naturalisti pensava che tutti gli esseri viventi fossero stati creati da Dio e che fossero dunque immutabili e fissi nelle loro forme e funzioni, oppure che fossero governati da forze vitali non ben specificate. I biologi, soprattutto grazie alle teorie evoluzionistiche, si sono quindi posti la domanda di come esseri viventi ed ambienti si trasformano, reciprocamente, nel corso di tempi lunghissimi. Così come si sono posti le domande per chiarire quali sono i vincoli che legano gli organismi ai loro ambienti. Come Charles Darwin, e prima ancora del naturalista inglese, anche Jean-Baptiste de Lamarck (1744-1829), in Francia si pose la medesima domanda.

La teoria trasformista di Lamarck è considerata una delle prime teorie evoluzionistiche. A differenza di Darwin, Lamarck immaginò un contatto tra gli organismi e i loro ambienti più diretto e meno casuale: gli animali si trasformano per soddisfare le proprie esigenze a fronte degli stress prodotti da contesti che cambiano in continuazione. Il naturalista francese immaginò un dinamismo molto più fluido e rivoluzionario di quello di Darwin e di tanti biologi contemporanei, motivo per cui gran parte della divulgazione scientifica attuale verte più sulle teorie darwiniane che su quelle lamarckiane.

Per districarci attraverso strani termini nati da accesi dibattiti scientifici e spesso utilizzati come cortine protettive, risollevare le questioni di base che erano all’origine di quegli stessi dibattiti, non solo ci fa riscoprire che quelle domande sono comprensibili e condivisibili, ma che possono anche servire a riportarci un po più vicino a noi stessi e al luogo che abitiamo.



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