Il tè caldo alla menta fuma ancora a Gerusalemme_ Reportage da Israele e Palestina

di Tommaso Gasperotti

Un albero da frutta di una colonia ebraica riceve in un anno più acqua di tutta quella che At-Tuwani, un piccolo villaggio palestinese a Sud di Hebron, consuma con i suoi abitanti. Lo sostiene Saber Hureini, membro del comitato popolare nonché sindaco di At-Tuwani, Cisgiordania.

Questo succede in area C, nei territori palestinesi occupati. Qui incontriamo Hussein, ha solo sedici anni e un ciuffo di capelli rossi così poco arabo: è cresciuto a pane e resistenza nonviolenta. Sulla sommità di una grande roccia ci parla della scuola del villaggio, distrutta dalle autorità israeliane e ricostruita di notte dagli uomini e di giorno dalle donne. Per non farsi vedere e continuare a credere nel futuro, ricominciando ogni volta da capo. Mattone dopo mattone. Da lì si può scorgere tutta la bellezza delle colline. Tra i mandorli in fiore e gli olivi la gente lavora quella terra da generazioni, difendendola con pazienza e tenacia. Persiste un legame fortissimo con la terra dei loro nonni, ma troppo spesso di quei villaggi arabi rurali rimane solo la polvere. E il ricordo. Come Deyr Yassim, villaggio distrutto nel 1948, anno della nascita di Israele: un cartello in legno “legittima” la storia della presenza israeliana su quelle terre. Il nostro autista raccoglie asparagi, mentre Shhadedh, la nostra guida, sta cercando invano l’ultima traccia fisica della memoria. Un pozzo. Non c’è più, cancellato per sempre. «L’anno scorso era qui, ne sono sicuro…» continua a ripetere tra sé. Ora, dove sorgeva la fonte d’acqua dell’antico villaggio, c’è una zona di addestramento dell’esercito israeliano, e a pochi chilometri, svetta un nuovo parco nazionale con alti alberi, tutti uguali, in fila. Alberi così poco mediorientali.

I bambini palestinesi delle campagne di Beit Jala, vicino a Betlemme, raccolgono da terra erbe e piante medicinali, ne conoscono le proprietà. Tra gli olivi secolari e i muretti a secco sono liberi.

Il tè caldo alla menta fuma ancora a Gerusalemme. Nella parte Est della città Chaska, la giovane attivista israeliana di ICAHD (Israeli Committee Against House Demolitions), ci mostra i resti delle case palestinesi appena demolite dagli israeliani e i nuovi parchi giochi per i coloni, freschi di tintura rossa. E poi le fontane, i giardini curatissimi, le rotonde con i laghetti e le aiuole rigogliose delle colonie. Si stanno espandendo anche verso il deserto della Giudea, direzione Gerico, spiega Chaska mentre indica una nuova centrale di polizia in costruzione. L’ennesima e costosissima.

Uscendo dalla città, un gruppo di beduini con i cammelli e un gregge di pecore ci attraversa la strada. A due passi da lì, si trova il campo profughi di Shu’Fat, vicinissimo alla Città Vecchia. Abitazioni ammassate, tanta polvere e strade piene di buche ingorgate da ogni sorta di mezzo, clacson e immondizia. Si passa un’altra stazione di controllo e ai bordi delle strade come per magia compaiono, ordinatissime, le aeree per la raccolta differenziata. Sullo sfondo le politiche per spingere i palestinesi a lasciare Gerusalemme per disperazione, intrappolati come sono in una rete di burocrazia e restrizioni discriminatorie, con servizi scadenti e vincoli assurdi.

Nella parte Ovest, in lontananza, le gru parlano invece di una città proiettata in avanti. Una città quasi occidentale: i giovani ebrei, con le loro kippah sulla testa, tenute in equilibrio grazie ad una piccola forcina, sono seduti all’esterno dei bar, cocktail in mano e partita del Barcellona sul maxi-schermo. E l’immancabile shisha, il narghilè, che entrambi i popoli assaporano lentamente con gli amici. Mentre percorri le by-pass road, le nuove strade israeliane, vai velocissimo.

Dai finestrini non vedi più nulla. Ai check point, disseminati ovunque, basta dire che siamo turisti o mostrare il passaporto e oltrepassiamo i tornelli. Zona A, B, C. A Beit Jala un tassista ci mostra il permesso che ha ottenuto per recarsi a Tel Aviv. È fortunato, è cristiano, può avere qualche sconto in più, mentre è più facile incontrare un musulmano che non ha mai visto il mare. Eppure è a poche ore di auto da lui. Dai finestrini continui a percorrere il muro con lo sguardo, lo osservi. Claire Anastas, una madre di quattro figli, chiede aiuto anche a noi e ci prega di raccontare la sua storia. La storia di un muro altissimo che serpeggia tortuoso attorno alla sua casa soffocandola, circondata su tutti e quattro lati. La fortuna di abitare a fianco alla Tomba di Rachele, inglobata all’interno del territorio israeliano, l’ha tradita. Ora vive nell’angoscia, la sua è l’ultima delle case ad essere rimaste in piedi. È troppo vicina al muro, e la demolizione ogni giorno diventa sempre più una certezza. Nel suo piccolo negozietto di souvenir, un tempo tappa obbligata per i turisti, ci racconta, con gli occhi lucidi, la sua verità. Fai fatica a guardarla negli occhi, guardi le sue creazioni, una piccola capanna per il presepe attraversata dal muro. A fianco a lei c’è un ragazzino, suo figlio, che sembra aver perso il sorriso. Sono piccole e profonde tracce di un’archeologia dell’occupazione che lascia poco respiro.
Sopra le nostre teste nelle vie della Città Vecchia di Hebron una rete metallica sancisce il confine tra Israele e Palestina. Le bandiere bianco azzurre, con l’inconfondibile stella al centro, sventolano minacciose e libere sopra quella sorta di rete da pesca che imprigiona i rifiuti gettati dalle finestre soprastanti e i sogni di chi sta sotto. Un signore ci chiede di accompagnarlo a casa. Ha paura. È sabato e poco più in là un gruppo di giovani coloni ebrei sta visitando il mercato arabo. Non dovrebbero farlo. In mezzo ad una linea di militari, una ragazzina soldato abbraccia un mitra nero. Da sotto il casco non vede l’ora che finiscano i due anni di servizio obbligatorio, pensa al viaggio che subito si farà. Magari on the road, vestita di abiti colorati.

Verso il mare, ai lati della strada, girandole e impianti d’irrigazione zampillano acqua per le piantagioni e le serre. È tutto verdissimo. A Jaffa, un tempo capitale economica della Palestina, si producono arance esportate in tutto il mondo. Ora è un sobborgo di Tel Aviv. Verso il mare, risuona ancora la voce surreale di una signora molto inglese e israeliana incontrata al confine del mondo, di fronte alla Striscia di Gaza. L’unico posto dove la realtà non ha voce, proprio lì dove c’è il vero volto del conflitto ed il silenzio si scontra con la verità dei fatti.

Con lei abbiamo varcato il cancello di quella prigione a cielo aperto che è Gaza. Lì, tra il Mediterraneo e il vento, sai di essere così vicino alla verità. Nessuno di noi, qui, ha avuto il coraggio di parlare, di fronte ad un lembo di terra che sta lentamente morendo. Perché anche nel bel mezzo di un conflitto, come quello israeliano-palestinese, dove le parole “pace” e “riconciliazione” risuonano a vuoto, dove i desideri di un popolo lacerano le speranze dell’altro, non si può rischiare di perdere l’umanità. Un’umanità che sa di caffè arabo, anche se all’aeroporto di Tel Aviv ne negano l’esistenza, definendolo solo turco, di falafel, che israeliani e palestinesi cucinano allo stesso modo, pur non sapendolo. Un’umanità che puoi scorgere anche tra gli stessi morti, di entrambe le parti, uccisi per lo stesso motivo, la terra, e seppelliti allo stesso modo nella stessa terra. Alla Hope School di Beit Jala, privata ma gratuita, in area C, osservi Amir che grida «Gli tirerei un sasso in faccia!», riferendosi ai soldati che poco più in là hanno una torretta di controllo. Mentre un suo compagno lo trattiene: «Ma cosa dici Amir? Per fare la pace ci vuole la pace».



Bookmark the permalink.