Il principio comunitario delle “3 R” come strada maestra per la politica?

di Riccardo Marini

La seconda ed ultima parte dell’articolo “Discariche: ce lo chiede l’Europa…ma soprattutto il buon senso.”

Le infrazioni ambientali regione per regione

Le infrazioni ambientali regione per regione

Il problema principale sta nel basso costo di smaltimento dei rifiuti in discarica nei diversi territori: il costo medio è di 50 €/t, ma quando i costi sono alti, diventa più conveniente sviluppare la differenziata e il riciclaggio come dimostrano gli esempi di Veneto e Trentino, dove a fronte di costi che arrivano a 150 €/t, le percentuali della raccolta differenziata sono al di sopra del 60%.

Già dal 1995, al fine di penalizzare economicamente e rendere l’interramento dei rifiuti una pratica veramente residuale, il Parlamento italiano ha introdotto un tributo speciale, la cosiddetta eco-tassa regionale. Purtroppo però, a parte qualche esempio virtuoso, si è rivelata uno strumento raramente usato al meglio dalle Regioni italiane. C’è una situazione molto eterogenea, con pochissime esperienze positive sui sistemi di premialità/penalità (Marche e Sardegna) per disincentivare l’utilizzo della discarica in favore della raccolta differenziata e il riciclo dei rifiuti.

Stefano Ciafani  XIII Corso di Giornalismo Ambientale Laura Conti

Stefano Ciafani al XIII Corso di Giornalismo Ambientale Laura Conti
Foto Eliana Rapisarda

Tempi brevi per uscire dall’emergenza, se c’é volontà politica. Usa queste parole Stefano Ciafani, vice presidente di Legambiente, nell’illustrare il dossier “Ridurre e riciclare prima di tutto”, chiedendo il rispetto della direttiva europea, la modifica della legge sull’eco-tassa del 1995 e l’uso della leva economica

per aumentare i costi dello smaltimento, diffondere le raccolte differenziate domiciliari secco-umido e sostenere il riciclo. Si deve approvare una nuova legge anche per bloccare gli incentivi per il recupero energetico, incentivare il riciclaggio e non solo le raccolte differenziate, puntando molto sugli acquisti verdi; ma serve anche completare la rete di impianti per il trattamento dell’organico, ancora carente soprattutto nel centro sud, puntando con decisione sulla digestione anaerobica.

Ciafani continua auspicando un intervento della politica nella giusta direzione:

Chi produce più rifiuti deve pagare di più: questo deve valere per le aziende ma anche per i nuclei familiari. Ci auguriamo fortemente che il Governo e il Parlamento scelgano questa strada con il nuovo tributo sui rifiuti – l’ex Tares, ora Tari – ancora in fase di definizione.

 

L’articolata proposta dell’associazione ambientalista per affrontare la sfida della “gestione rifiuti”, si basa su prevenzione e riciclo, prendendo spunto dal principio comunitario delle 3R

  1. riduzione: scegliendo i prodotti con meno imballaggi e evitando gli sprechi (ad esempio l’ eccessivo utilizzo di carta da ufficio o di shopper di plastica);
  2. riutilizzo: ad esempio le bottiglie di vetro;
  3. recupero di materia: separare i rifiuti riciclabili e conferirli negli appositi cassonetti della raccolta differenziata (vetro, carta e cartone, alluminio, acciaio, plastica, organico, ecc);
  4. recupero di energia: bruciando la frazione combustibile e non valorizzabile dei rifiuti negli impianti di incenerimento con recupero energetico.

Serve un nuovo sistema di incentivi e disincentivi per il ciclo integrato dei rifiuti, per far sì che prevenzione e riciclo risultino più convenienti, anche economicamente, rispetto al recupero energetico e allo smaltimento in discarica. Ma come fare? “Tartassando” lo smaltimento in discarica, eliminando gli incentivi per il recupero energetico dai rifiuti, incentivando il riciclaggio perché diventi più conveniente del recupero energetico, promuovendo serie politiche di prevenzione sul principio “chi inquina paga”.

Eppur si muove!

Sino ad oggi abbiamo infatti assistito alla sistematica devastazione dell’ambiente in cui viviamo, dovuta anche all’assenza di sanzioni adeguate, proporzionate e dissuasive; ad una legislazione penale ambientale per lo più contravvenzionale (un’evenienza che per molti imprenditori può rappresentare un semplice “rischio d’impresa”), senza alcuna capacità dissuasiva e con la garanzia di immunità per i responsabili.

Ma dopo decenni di attesa qualcosa si muove.

Comuni ricicloni 2013

Comuni ricicloni 2013

Fortunatamente ci sono segnali che fanno immaginare quello che potrebbe essere un domani fatto di “buone pratiche”: comunità locali, amministratori e cittadini che si sono distinti nella raccolta differenziata, nel riciclaggio, ma anche nell’acquisto di beni, opere e servizi, che abbiano valorizzato i materiali recuperati.

Eccellenze, come quei 330 Comuni, che vanno persino oltre

il risultato del 65% di raccolta differenziata e riciclata, arrivando quasi ad essere ‘rifiuti free’, ovvero comuni dove si è riusciti a ridurre del’90% circa la quantità di rifiuti da smaltire.

Rivoluzioni, come quella del progetto Rifiuti Zero di cui abbiamo parlato pochi giorni fa, vero modello di sviluppo ecosostenibile.

Riforme, soprattutto: come quella definita “di civiltà” da Donatella Ferranti, presidente della commissione Giustizia alla Camera

 che ci mette finalmente al passo con i paesi più avanzati d’Europa. Si parla senza esito da almeno vent’anni di ecoreati, stavolta ci sono tutte le migliori premesse per colmare un vuoto dannoso e ormai immotivato del nostro codice penale.

Un pacchetto di norme approvato all’unanimità dalla Commissione Giustizia di Montecitorio, con il sostegno della Commissione di studio sugli ecoreati insediata dal Ministro dell’Ambiente, che introduce nuovi delitti ambientali nel Codice Penale:

  • disastro ambientale: con pene da 5 a 15 anni per chi altera gravemente o irreversibilmente l’ecosistema o compromette la pubblica incolumità;
  • inquinamento ambientale: reclusione da 2 a 6 anni, multe da 10 mila a 100 mila euro, per chi deteriora in modo rilevante la biodiversità o l’ecosistema o la qualità del suolo, delle acque o dell’aria. Se non vi è dolo ma colpa, le pene sono diminuite da un terzo alla metà.
  • traffico di materiale radioattivo: pene da 2 a 6 anni, multe da 10 mila a 50 mila euro, per chi commercia e trasporta materiale radioattivo o chi se ne disfa illegittimamente;
  • impedimento del controllo: pensato per chi impedisce volontariamente un controllo ambientale da parte delle autorità competenti. Qui la pena va dai 6 mesi ai 3 anni di galera.
La copertina di Febbraio de "La nuova Ecologia"

La copertina di Febbraio de “La nuova Ecologia”

Tra le nuove norme, spiccano ancora il ravvedimento operoso che introduce sconti di pena in caso di bonifica e la confisca obbligatoria dei profitti del reato e dei mezzi utilizzati. Importantissima infine la cosiddetta aggravante ecomafiosa che scatta in presenza di associazioni mafiose finalizzate a commettere i delitti contro l’ambiente o a controllare concessioni e appalti in materia ambientale. Aggravanti, peraltro, sono previste anche in caso di semplice associazione a delinquere e se vi è partecipazione di pubblici ufficiali o incaricati di pubblico servizio (e vista la corruzione diffusa nei settori ambientali è un’aggravante benvenuta). Raddoppiano, inoltre, i termini di prescrizione.



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