I danni alla salute di una centrale a carbone

di Rossana Andreato

Slide presentazione conferenza

 

«Il 13 maggio 2011 il Pubblico Ministero della Procura di Savona, conferiva ai consulenti tecnici Dottor Paolo Franceschi e Dottor Paolo Crosignani, nominati in data 29 aprile 2011, l’incarico di:

accertare le ricadute delle emissioni sulla popolazione circostante l’impianto, al fine di caratterizzarne l’esposizione a sostanze nocive per le salute;

accertare l’incidenza sulla salute delle emissioni derivanti da una centrale termoelettrica a carbone, definendone l’area da prendere in esame, i dati epidemiologici attribuibili, la loro riferibilità ed utilizzabilità all’area di riferimento della centrale “Tirreno Power”;

determinare, con la metodologia degli studi epidemiologici, i possibili effetti, in termini di incidenza di patologie umane nella Provincia di Savona, precisando la percentuale di incremento di dette patologie, sia per le persone ancora in vita che per i conseguenti decessi.»

È quanto si legge nel Decreto di sequestro preventivo del gip Fiorenza Giorgi, punto di partenza delle analisi ambientali ed epidemiologiche che hanno portato, l’11 marzo 2014, al sequestro preventivo della Centrale Tirreno Power di Vado Ligure.

L’analisi epidemiologica realizzata dall’Unità di epidemiologia ambientale dell’Istituto Nazionale dei Tumori, è stata illustrata, per la prima volta con i dati alla mano, all’Assemblea su “Inquinamento e salute, che si è tenuta a Mantova il 19 e 20 settembre 2014.

Presente il dott. Paolo Crosignani, medico OCCAM (OCcupational CAncer Monitoring), che ha esposto la metodologia seguita e i dati relativi.

Si è arrivati al calcolo delle percentuali di aumento del rischio e del numero dei ricoveri e delle morti, determinate proprio dalla presenza della centrale Tirreno Power.

Quello che è stato fatto è stato realizzare non una stima, ma una misura del danno, attraverso uno studio caso-controllo della popolazione,

«definendo come base dello studio, l’esperienza di vita di tutti i residenti nei comuni contigui alla provincia di Savona, da caratterizzare con diversi livelli di esposizione».

L’epidemiologo infatti, ha bisogno secondo Crosignani

«non solo degli esposti, ma anche di una categoria di riferimento, rispetto alla quale raccontare il rischio degli esposti».

Come indicatore del danno sono stati presi in considerazione sia gli eventi acuti che i decessi. Per quanto riguarda gli eventi acuti sono stati valutati i ricoveri quantificati dalle SDO (Schede di Dimissioni Ospedaliere), in modo che fosse valido anche il diverso numero di ricoveri per una stessa persona. In particolare, in termini di qualità di informazione relativa alla precisione dei dati anagrafici, sono state considerate affidabili le SDO dal 2005 al 2010. La mortalità invece, è stata esaminata dal 2000 al 2007, anno fino al quale si sono resi disponibili i dati della mortalità nominale, per la Regione Liguria.

Per quanto riguarda le patologie, sono state prese in considerazione per i ricoveri, quelle respiratorie e cardiache, e per i decessi, quelle respiratorie e cardiovascolari, stabilite a priori dalla mortalità nominativa fornita dall’ASL.

Questa parte è stata completata da una

«valutazione dell’esposizione ai fumi della centrale, fatta con due approcci diversi»:

  • È stato sviluppato, dall’Università di Genova, insieme ad ARPAL, un modello di diffusione dei fumi, ricavato da una catena modellistica, che ha il pregio di essere ripetibile e che per tale motivo ha avuto particolare forza dimostrativa ai sensi dell’indagine. In esso venivano considerate zone ad esposizione variabile (mediamente esposte, fortemente esposte, non esposte), evidenziate in una cartografia, con colori differenti.

Modello di diffusione

  • Dall’altra parte sono state disposte invece, una serie di stazioni licheniche, che sono rimaste sul terreno per un anno e il cui bioaccumulo è stato poi analizzato dall’Università di Bologna. Tutti i valori rilevati per i metalli pesanti, sono stati inseriti in un sistema statistico piuttosto complesso, che ha realizzato un’analisi di tipo fattoriale, in modo da ridurre la complessità del numero dei fattori.

Bioaccumulo

Quest’ultima parte è stata quella che ha richiesto un tempo più lungo: un anno e mezzo a fronte dei due anni impiegati per l’indagine.

A supportare queste analisi è intervenuta una mappa del “misurato”, cioè i valori rilevati in modo puntuale nelle diverse zone, proprio delle emissioni della centrale.

Mappa del misurato

In tal modo si è potuto agganciare ogni caso analizzato, a una sua collocazione spaziale, nella quale si poteva immediatamente scorgere quale fosse l’entità delle emissioni. I soli dati sui casi infatti, non sono sufficienti, come ha sostenuto il dott. Crosignani:

«se io non dispongo anche della distribuzione dell’esposizione non posso fare le dovute conclusioni».

Lo studio ha considerato anche fattori indiretti, come lo stato socio-economico di ogni soggetto, di solito correlato con le patologie considerate. È stato quantificato attraverso l’indice di deprivazione della sezione del censimento, che ha dimostrato però, l’assenza di un rapporto con i dati.

Ecco i numeri:

  • SOGGETTI ADULTI

Nelle analisi effettuate su soggetti adulti, considerando malattie cardiovascolari e respiratorie, si è riscontrato un 11% in più di rischio per i mediamente esposti e un 6% in più per i fortemente esposti, in base al modello di diffusione, considerando la presenza della centrale a carbone. Il numero totale di ricoveri evitabili è stato di 1674.

Studiando invece il bioaccumulo, le percentuali di aumento dei casi sono state rispettivamente di 5% e 11% e 2097 i ricoveri evitabili.

  • BAMBINI

Per i bambini attenzione a parte è stata dedicata all’asma, come malattia associata dalla letteratura scientifica, ai problemi di inquinamento atmosferico. Solo per questa patologia sono stati quantificati in 94 (su 353 per tutte le patologie) i ricoveri evitabili secondo il modello.

128 (sui 456 per tutte le patologie), secondo il metodo del bioaccumulo.

Infine in termini di mortalità, dal 2000 al 2007, sono stati considerati a parte gli effetti di problemi cardiovascolari e quelli delle patologie respiratorie:

Decessi CVD: 250 in base al modello, 334 secondo il bioaccumulo.

Decessi respiratori: 102 in base al modello, 91 secondo il bioaccumulo.

Per un totale di 400 morti in 8 anni, ovvero 50/anno.

Non sono mancate le critiche sul metodo, anche per quanto riguarda l’ipotesi di lavorare sui “nuovi casi”, invece che sui ricoveri, ma per la multifattorialità delle patologie prese in considerazione, ai due ricercatori la seconda è apparsa una scelta metodologica più corretta. Il punto chiave oltretutto, non era l’identificazione del singolo soggetto in quanto vittima, qui si è cercato di dimostrare il danno come vero e proprio disastro ambientale.

I numeri riferiti al rischio potrebbero apparire ridotti, se confrontati a quelli relativi per esempio al fumo di sigaretta, ma sono nondimeno importanti e vanno a confermare quelli già desunti da altri studi scientifici sull’inquinamento atmosferico.

Infine ciò che è apparso sorprendente sono stati i risultati di un lavoro di Joel Schwartz, che ha indagato la mortalità dovuta all’inquinamento apprendendo che i valori calano anche solo dopo 3 anni dalla diminuzione delle emissioni.

«Questo cambia un po’ i paradigmi con cui guardiamo all’inquinamento e ai suoi effetti»,

ha asserito infatti Crosignani, ma soprattutto

«in termini di inquinamento atmosferico questo significa che sugli eventi acuti, ovviamente, ma anche sulla mortalità, anche le esposizioni recenti hanno importanza e quindi anche i provvedimenti non presi hanno una certa importanza nell’eziologia».

Ed ecco quindi la rilevanza di un azione che seppur tardiva, è sempre preferibile all’inerzia. In questo modo la negligenza e l’allungamento dei tempi assumono un peso particolarmente gravoso.



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  • Rinaldo Sorgenti

    bENE!
    E come hanno fatto costoro ad escludere tutti gli altri, peraltro ampiamente preponderanti, fattori emissivi che, notoriamente, sono presenti anche in quel contesto, tra cui in particolare:
    – il traffico veicolare;
    – il riscaldamento civile;
    – le molteplici attività produttive dei vari settori;
    – lo smaltimento dei rifiuti,
    – l’agricoltura;
    – ecc. ecc.
    – Non ultimo, il fumo di sigarette !
    Arrivare ad estrapolare dal contesto globale solo un fattore, peraltro marginale, come evidenziato dagli studi degli Organismi preposti a tale compito: ISPRA, in particolare, sembrerebbe davvero difficile.
    Come mai il livello delle emissioni in atmosfera nei 6 mesi dopo la fermata della centrale non è sostanzialmente mutato?
    E’ forse continuato l’esame dei “licheni” e come si associa questo a tutte le altre fonti emissive che si sommano nel contesto Savonese?
    Hanno provato questi tecnici ad andare a fare il loro esercizio in Germania, magari in contesti dove la produzione elettrica è 10 volte maggiore del contesto Vadese?
    Insomma, molto ma molto da approfondire sul tema, per evitare di trarre fuorvianti conclusioni.