«Gli orsi polari siamo noi»: impatti ecologici, economici e sociali dei cambiamenti climatici nel secondo volume del rapporto IPCC

di Sara Matera

Come cambierà il mondo per effetto dei cambiamenti climatici? O forse è meglio chiedersi come stia già cambiando?  Eh sì, perché, per la prima volta, mentre redigevano il Quinto Rapporto di Valutazione , gli scienziati dell’IPCC hanno dovuto fare i conti con impatti già in corso e non solo con proiezioni future.

La copertina del volume

La copertina del volume

«Oggi siamo noi gli orsi polari» ha affermato uno degli autori italiani, Riccardo Valentini, in collegamento da Yokohama (Giappone) dove lunedì è stato presentato il rapporto “Impatti, Adattamento, Vulnerabilità”. 

Il volume, scaricabile gratuitamente all’indirizzo www.ipcc.ch, raccoglie i risultati di otto anni di ricerca su tre assi principali: (I) impatti osservati, vulnerabilità, gradi di esposizione e risposte dei sistemi naturali (ecosistemi) e antropici (città, infrastrutture, etc); (II) rischi futuri e potenziali benefici; (III) principi di adattamento compatibili con uno sviluppo sostenibile.

 

Tre sono le maggiori novità: per la prima volta è stato necessario dedicare una parte importante del lavoro allo studio degli impatti già osservati; inoltre, all’approccio globale si è ritenuto necessario affiancare un’impostazione di tipo regionale con sezioni dedicate a nove diverse aree del Pianeta (Europa, Africa, Asia, Australasia, Nord America, America Centrale, Sud America, Zone Polari, Piccole Isole e Oceano Globale); infine, per migliorare la divulgazione dei contenuti, si è fatta molta attenzione all’iconizzazione dei risultati, la figura che segue ne è un esempio.

Infografica su impatti osservati e attribuzione al cambiamento climatico. Fonte: IPCC 2014

Infografica su impatti osservati e attribuzione al cambiamento climatico. Fonte: IPCC 2014

Dal rapporto emerge chiaramente il preoccupante legame tra i cambiamenti climatici e il costo delle derrate alimentari che potrebbe crescere a causa della minore produttività agricola. Da qui il rischio di migrazioni di massa, carestie, epidemie e guerre per l’approvvigionamento delle risorse. Ad aggravare un quadro socio-politico già così instabile c’è anche il fatto che le variazioni climatiche non colpiscono tutte le popolazioni allo stesso modo:

«I pericoli derivanti dalle calamità naturali connesse ai cambiamenti climatici – rilevano gli scienziati dell’IPCC – agiscono soprattutto sulle popolazioni che vivono in particolari condizioni di povertà, come amplificatori di minacce che inaspriscono altri fattori di stress sui sistemi sociali e ambientali, con risultati negativi sulle fonti di sostentamento».

 

Questi i maggiori rischi rilevati dagli esperti:

  • Risorse idriche: nel corso del XXI secolo, i cambiamenti climatici ridurranno significativamente le risorse idriche nelle regioni tropicali più secche.
  • Sistemi costieri: a causa dell’innalzamento del livello dei mari per tutto il XXI secolo e oltre, i sistemi costieri e le aree a bassa quota subiranno impatti avversi, quali alluvioni ed erosione costiera.
  • Acidificazione degli oceani ed ecosistemi marini: in tutti gli scenari con emissioni medie e alte (RCP 4.5, 6.0 e 8.5) l’acidificazione degli oceani pone concreti rischi per gli ecosistemi marini, specialmente per gli ecosistemi polari e le barriere coralline, associati a impatti sulla fisiologia, sul comportamento e sulle dinamiche delle popolazioni di specie individuali, dal fitoplancton agli animali.
  • Sicurezza alimentare: aumenti della temperatura locale di 4 gradi o più sopra i livelli della fine del XX secolo, combinati con la crescente domanda alimentare, potrebbero creare rischi gravi e diffusi per la sicurezza alimentare, sia su scala globale che regionale.
  • Aree urbane: ondate di calore, precipitazioni estreme, alluvioni nell’entroterra e nelle zone costiere, siccità e scarsità di risorse idriche sono tutti elementi che creano rischi per le popolazioni, per beni patrimoniali, economie ed ecosistemi nelle aree urbane.
  • Aree Rurali: gli impatti maggiori saranno avvertiti nel medio periodo e oltre, per effetto di impatti sulla disponibilità di risorse idriche, sulle infrastrutture, sulla sicurezza alimentare e i redditi agricoli.
  • Impatti sulla salute umana: aumento delle malattie in molte regioni della Terra, specialmente nei paesi a basso e medio reddito.

Il messaggio finale è molto chiaro: gli impatti sono destinati ad aumentare quindi non basteranno politiche di mitigazione volte a ridurre le emissioni globali di gas serra, ma serviranno comunque massicci interventi di adattamento. Se la temperatura dovesse aumentare di poco (entro i 2°C), gli impatti di eventi climatici estremi come alluvioni, inondazioni, siccità, etc. potrebbero essere ridotti rendendo meno fragili (più resilienti) i sistemi naturali e le strutture di origine antropica. Mentre, se l’incremento fosse compreso tra i 4°C e i 6°C come previsto negli scenari più pessimistici (per un approfondimento sugli scenari vedi qui) si potrebbero verificare le più pericolose “Reasons for concerns” (ragioni per preoccuparsi) prese in considerazione dagli scienziati: eventi “catastrofici” (nel senso scientifico del termine) che potrebbero provocare destabilizzazioni irreversibili del sistema Terra. Si tratta, ad esempio, di eventi su larga scala come il collasso della foresta amazzonica o l’inversione della corrente del Golfo.

Confronto tra proiezioni per le temperature fino al 2100 e livello di rischio. Fonte: IPCC 2014

Confronto tra proiezioni per le temperature fino al 2100 e livello di rischio. Fonte: IPCC 2014

Collasso della biodiversità (purtroppo già in atto), migrazioni di portata globale dovuta alla siccità e all’innalzamento del livello dei mari, incremento della disuguaglianza sociale e dei conflitti per le risorse naturali: di fronte a queste possibilità il richiamo al “principio di precauzione” è ampiamente giustificato. Se questi sono gli scenari, la comunità internazionale non può chiudere gli occhi e barricarsi dietro all’incertezza che inevitabilmente accompagna questo genere di proiezioni.

È arrivato il momento di agire: occorre un protocollo internazionale vincolante come fu quello di Montreal, redatto nel 1987 dopo la scoperta del “buco nell’ozono”. Parigi 2015 sembra essere l’appuntamento decisivo per superare gli accordi di Kyoto e passare dalla stagione delle parole a quella dei fatti.



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