Ginkgo biloba: un “dinosauro vegetale” in città

di Chiara Serafini

Chi ha detto che i dinosauri si sono estinti? Quante persone vedono tutti i giorni questa pianta e non sanno di avere a fianco un “relitto preistorico”? Cosa accadrebbe se al suo posto ci fosse un Tirannosauro rex? Un fuggi fuggi generale, urla e grida. Ebbene un “dinosauro vegetale” esiste,  è la specie di pianta più antica di tutte: la Ginkgo biloba o albero di Capelvenere.

La Ginkgo biloba è una pianta arborea definita da Darwin “relitto preistorico o fossile vivente” poiché, al contrario dei dinosauri, è sopravvissuta attraverso milioni di anni di storia della Terra senza subire trasformazioni morfologiche e biologiche.

Questa specie era ampiamente diffusa durante l’era mesozoica (oltre 65 milioni di anni fa quando la Terra era popolata da dinosauri, i continenti uniti si stavano separando per assumere la conformazione attuale ed il clima era più caldo) ed è l’unica specie della sua famiglia che è arrivata sino ai giorni nostri conservando tutti i caratteri dell’intero gruppo di piante.

Foto: Wikipedia

Foto: Wikipedia

In tempi passati veniva considerata estinta cosi come le altre specie della sua famiglia fino a quando, nel 1730, fu ritrovata da un medico olandese in un luogo isolato della Cina e da lì venne diffusa in tutta Europa. Il suo “successo” lo deve, oltre alla capacità di resistere ai radicali cambiamenti climatici ed alla siccità, alla caratteristica di essere praticamente inattaccabile da aggressori esterni quali funghi, insetti ed agenti inquinanti. Si pensi che è sopravvissuta alle glaciazioni del pliocene trovando nella Cina del sud una pianura più temperata che le permettesse di vivere. In Cina, proprio per la sua adattabilità e per le innumerevoli proprietà medicinali era considerata la pianta sacra e veniva coltivata nei monasteri dove esistono ancora esemplari millenari: impiega più di 30 anni per maturare e dare frutti e mille anni per morire.

Lo strano nome Ginkgo biloba deriva dal nome cinese “Yin Kuo Tsu” tradotto in ginkgo che vuol dire albicocca d’oro perché ha i semi che ricordano il frutto dell’albicocco e biloba, dal latino, per le foglie molto caratteristiche a ventaglio con due lobi che assumono una colorazione gialla dorata durante l’autunno prima di cadere. La pianta appartiene alle gimnosperme come pini ed abeti ed è dioica cioè i fiori maschili e quelli femminili sono portati su piante diverse.

La IUCN (Unione mondiale per la conservazione della Natura) considera la Ginkgo biloba come una specie “Endangered”, cioè in pericolo di estinzione, perché la popolazione è diminuita del 70% in pochissimi anni; infatti la legna veniva usata nei paesi asiatici per il riscaldamento, i frutti come alimento (le sementi abbrustolite ricordano i pistacchi) e le foglie come farmaco (oggi in fase di sperimentazione per la cura all’alzhaimer) contro le malattie cardiovascolari e neurologiche per l’elevato contenuto di polifenoli, flavonoidi e terpeni. Proprio per queste caratteristiche era considerata la pianta sacra, tanto da essere coltivata e quindi preservata nei monasteri, dove esistono esemplari millenari. Oggi la Ginkgo Biloba sboccia vigorosa in Estremo Oriente e in tutto il mondo abbellendo i giardini pubblici e privati, e i viali delle città.

I monaci orientali ipotizzano che la pianta contenga nel suo DNA l’elisir di lunga vita. Si pensi che sei esemplari di Ginkgo, ancora esistenti, sono sopravvissuti alle radiazioni prodotte dalla bomba atomica caduta sulla città di Hiroshima ed oggi la Ginkgo biloba è il simbolo della città di Tokyo, capitale del Giappone. Questa pianta racchiude un valore storico-evolutivo unico nella biologia e per questo va studiata, ammirata, conservata e valorizzata.

 



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