Expo 2015: le major dell’energia partecipano con Wame

di Francesco Paniè
Logo dell'associazione Wame (fonte: wame.org)

Logo dell’associazione Wame (fonte: wame.org)

Un cartello di otto colossi dell’energia dà vita a Wame&Expo2015 (World Access to Modern Energy), associazione la cui mission sarà sensibilizzare il pubblico e i decisori sul tema dell’accesso all’energia nel mondo. La presentazione di questo nuovo trust è avvenuta stamattina, presso l’associazione della stampa estera a Roma. I sottoscrittori, oltre ad Expo2015, sono grandi player dell’energia nazionali e internazionali: A2A, Edison, Enel, Eni, E.ON Italia, GDF Suez e Tenaris. La neonata associazione si occuperà, sfruttando la vetrina offerta dall’Esposizione universale di Milano, di raccogliere dati e costruire una sorta di bagaglio delle buone pratiche per la diminuzione della povertà energetica. Il database sarà consultabile poi sul sito di Wame.

«Il nostro sarà uno sforzo di comunicazione digitale – ha spiegato Pippo Ranci, presidente di Wame e del consiglio di sorveglianza di A2A – corredato da eventi che organizzeremo al fine di avviare quel percorso di conoscenza, consapevolezza e azione che non spetta a noi, ma ai governi».

Il progetto parte dai numeri della fuel poverty: 1,3 miliardi di persone – il 18% della popolazione mondiale – non ha accesso all’elettricità. Oltre il 40% non può usufruire di infrastrutture energetiche in grado di superare i requisiti minimi di qualità ed efficienza. Tutto ciò, secondo l’associazione, aggrava le condizioni di estrema povertà di alcune popolazioni, e ha ripercussioni anche sui cambiamenti climatici. Molti milioni di cucine a legna e a carbone, e in generale l’uso di combustibili vegetali o animali, sono alla radice di un inquinamento ambientale che rappresenta anche un rischio per la salute umana. L’Oms stima che 1,5 milioni di persone muoiano ogni anno a causa di questo fenomeno. I problemi che a cascata derivano da un’esclusione dalle fonti di energia moderne sono infatti: impossibilità di godere di acqua pulita, di cibo più sano e di condizioni igienico-sanitarie dignitose.

Tuttavia non va sottovalutato l’aspetto economico della questione: quando Wame dice che «oltre il 95% della popolazione in stato di fuel poverty vive nell’Africa sub-sahariana o nelle zone più povere dell’Asia», sta circoscrivendo il terreno per gli investimenti dei suoi componenti. Insieme alla bandiera della nobiltà d’animo, retta a braccio teso da tutti i suoi membri, ne sventola un’altra: quella del profitto. Nessuno fra gli associati ne ha fatto mistero.

«Quasi due terzi del nostro fatturato viene dai paesi in via di sviluppo – ha detto Giuseppe Gatti, presidente di GDF Suez Italia – In questi luoghi il problema della povertà energetica ha tinte drammatiche, e va risolto con un occhio alla sostenibilità. In quest’ottica, l’aspetto umanitario ben si collega a una strategia imprenditoriale che contribuisca a migliorare anche le tecnologie occidentali».

L’opportunità è grande, se si guarda a questi Stati come a potenziali mercati per la costruzione di infrastrutture che in occidente troverebbero più di un ostacolo. Un esempio sono le autostrade di tubi per la canalizzazione del gas flaring (gas estratto insieme al petrolio che spesso viene bruciato) già costruite da Eni in Nigeria e Congo. Il presidente del colosso dell’energia italiano, Giuseppe Recchi immagina di colmare i gap energetici fra Occidente e Terzo mondo «contribuendo ad avviare percorsi di crescita in quei territori. La diffusione dell’energia prodotta dagli idrocarburi è la prima soluzione: è importante connettere molte più persone a queste fonti finché il mondo non troverà altre strategie».
Idea piuttosto discutibile, secondo Andrea Boraschi, responsabile energia di Greenpeace:

«La volontà di estendere l’accesso all’energia è un fatto positivo. Bisogna poi vedere i progetti però quali saranno. Se si intende investire ancora fortemente sulle fonti fossili dobbiamo essere consapevoli che queste sono fra i principali responsabili del cambiamento climatico. Proprio nei paesi africani assistiamo oggi al fenomeno dei migranti del clima, persone che fuggono dalle siccità causate dal riscaldamento globale. Se si vuole davvero aiutare queste persone è necessario orientarsi più massicciamente verso le energie pulite».



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