Discariche: ce lo chiede l’Europa…ma soprattutto il buon senso.

di Riccardo Marini

 

Discarica del Boscaccio Ph. Riccardo Marini

Discarica del Boscaccio
Foto Riccardo Marini

Monnezza, rumenta, sudicio o scoasse…più educatamente, pattume, immondizia, spazzatura o lordura. Comunque la si voglia chiamare, il problema rimane come smaltirla correttamente e con minori conseguenze possibili, non solo dal punto di vista economico, ma soprattutto in termini di salute.

Parliamo della spinosa questione del ciclo dei rifiuti, della sua (mala)gestione (si tende a prediligere le discariche e l’incenerimento piuttosto che il riciclo) e delle procedure di infrazione avviate dalla Comunità Europea nei confronti dell’Italia in materia ambientale, che potrebbero costarci, se andassero a sanzione, più di quanto costerebbero le operazioni di bonifica delle zone dove insistono gli impianti.

Lo “stato dell’arte”

Ripartizione percentuale della gestione dei rifiuti urbani.
I valori si riferiscono alle rilevazioni 2011, Rapporto 2012; quelli nel testo a fianco, alle prime analisi effettuate sui dati 2012, Rapporto 2013; la riduzione è attribuibile essenzialmente al calo della produzione dei rifiuti indifferenziati dovuta a fattori socio-economici, oltreché a “buone pratiche”.

Secondo il Rapporto Rifiuti Urbani 2013 dell’Ispra, in Italia lo smaltimento in discarica è ancorala forma di gestione più diffusa che interessa il 39% dei rifiuti urbani: 11,7 milioni di tonnellate ovvero 196 kg per abitante in un anno. Sono 186 le discariche ancora attive (79 al Nord, 66 al Centro e 41 al Sud), nonostante l’ Unione Europea imponga che questa sia una “opzione residuale”, dopo prevenzione, recupero e riciclaggio. Tutto ciò in barba al D.lgs n. 36/2003 con il quale l’Italia ha recepito la Direttiva europea 99/31/CE, stabilendo che in discarica devono finire solo materiali a basso contenuto di carbonio organico e materiali non riciclabili. In altre parole, la direttiva prevede il compostaggio ed il riciclo come strategie primarie per lo smaltimento dei rifiuti.

Nel 2012 la metà delle regioni italiane ha smaltito in discarica più del 50% dei RSU (rifiuti solidi urbani): il 22% per il Nord Italia, 56% per il Centro e 51% per il Sud. Più della metà di essi sono smaltiti “tal quali” (senza alcun pretrattamento), nonostante tale pratica sia vietata dal Decreto Ronchi del ’97 (attuato nel 2000). Da questo punto di vista non esistono buoni e cattivi, perché nessuna regione italiana è in regola: in 6 raggiungono la quota del 50%, in altrettante si supera addirittura il 70%.

Per completare il quadro, in tendenza con l’alternanza di regioni virtuose ed altre viziose,nel 2012 in Italia si sono smaltiti in discarica ancora il 42% dei RUB (rifiuti urbani biodegradabili), in contrasto con la Direttiva UE, che stabiliva che il target fosse raggiunto a livello nazionale: infatti solo 8 regioni raggiungono l’obiettivo dei 115 kg/abitante per anno previsto, evidenziando la grande differenza esistente nei diversi contesti territoriali.

Smaltimento di rifiuti urbani pro capite per Regione, 2012

Smaltimento di rifiuti urbani pro capite per Regione, 2012.

“Alcune regioni, come evidenziato, mostrano percentuali elevate di smaltimento in discarica dei rifiuti urbani, compresi quelli biodegradabili, una scarsa efficacia dei sistemi di gestione adottati, bassi livelli di raccolta differenziata e una inadeguatezza della capacità impiantistica alternativa alla discarica.”

La ribalta delle cronache…

Può bastare il clamore mediatico che si solleva di anno in anno all’uscita dei puntuali rapporti o dossier ambientalisti? O il “quarto d’ora di notorietà” di warholiana memoria, ogni qual volta che una situazione emergenziale sale alla ribalta delle cronache? A quanto pare no.

Figura 3 - terra-dei-fuochi

Visualizza “La Terra dei Fuochi – Mappa interattiva degli incendi di Rifiuti Speciali.”

Non basta il tormentone della Terra dei fuochi che tanto ha appassionato nei mesi scorsi: l’ecocidio in atto su di un’area di oltre 220 ettari a cavallo delle province di Napoli e Caserta. Le discariche abusive che bruciano senza fine, con la dispersione di sostanze inquinanti nel suolo e nell’aria, e l’inquinamento delle falde acquifere sono strettamente correlati con l’incremento di varie forme di tumore.

Nemmeno la recente notizia dei tre indagati – il direttore degli impianti di smaltimento ed il suo vice, il responsabile dei laboratori di analisi – in merito allo sversamento di percolato nel rio Cassinelle dalla discarica genovese di Scarpino (la più vecchia delle 2 esistenti): una montagna “foderata e ripiena” di rifiuti, sorta 45 anni fa sopra le falde acquifere di 7 sorgenti. Le vasche di raccolta dei reflui non hanno retto l’impatto delle recenti piogge, riversando liquami inquinanti nel fiume, con valori – dati Arpal – sino a 50 volte il limite fissato dalla normativa, provocando non pochi disagi e rischi sanitari per i residenti delle zone interessate e per l’habitat circostante.

E neppure quella dei sette arresti nell’ambito dell’inchiesta sulla discarica più grande d’Europa, quella romana di Malagrotta. Tra questi, l’ex presidente della Regione Lazio Bruno Landi assieme ad altri 5 imprenditori e funzionari pubblici, ed il proprietario dell’area, Manlio Cerroni, che si difende così: “Ho salvato Roma, era la politica a cercare me” ; la Procura di Roma “scompagina un sistema di potere giocato in forza del controllo della catena di comando a rischio di lasciare la Città eterna inondata di rifiuti. Sistema che ha fatto comodo alla politica, incapace di scelte”, scrive Il Fatto Quotidiano.

…e quella della politica.

Intendiamoci: ben vengano le luci della ribalta. Ma il rischio è che l’interesse per tali questioni, ci ricorda Antonio Pergolizzi, in occasione del convegno dal titolo “Ridurre e riciclare prima di tutto”, si concluda mettendo in scena il solito copione, quando ci sono già le barricate:

da una parte i cittadini che non vogliono la discarica o l’impianto di turno, dall’altro gli amministratori, gli imprenditori o comunque coloro che vogliono fare ingoiare il rospo. I buoni da una parte, i cittadini, i cattivi dall’altra, gli inquinatori. Ma questo è solo l’epilogo di una lunga storia, e quando si è arrivati a quel punto, sulle barricate, vuol dire che i primi hanno già perso, anche se se ne sono accorti solo adesso.

Il convegno di Roma

Il convegno di Roma

Il coordinatore dell’ Osservatorio Ambiente e Legalità di Legambiente continua spiegandoci come il vero conflitto riguardo le future politiche sulla gestione dei RU, sia tra gli stakeholders – Anci (Associazione dei comuni italiani), Conai (Consorzio nazionale imballaggi), Federambiente (l’associazione di imprese e consorzi nel settore dei rifiuti urbani), Confindustria, il Ministero dell’Ambiente – ed il “resto del mondo”:

tra gli interessi collettivi e quelli di parte, che provano solo a salvare se stessi, facendo resistenza passiva, inchiodando l’Italia alle solite pessime performance.

 

Il problema infatti va risolto politicamente: il gruppo dirigente dell’Ilva, Manlio Cerroni, il direttore dell’impianto di Scarpino, solo per citare i casi “giudiziari” più recenti, hanno fatto per decenni la “pioggia ed il bel tempo” come si suol dire. Niente di più vero. Ma lo hanno fatto con il beneplacito della classe politica tutta, di sinistra, di centro o di destra che fosse.

Meglio delegare la magagna rifiuti, con tutte le beghe che ne derivano: troppo difficile cercare soluzioni di lungo respiro, certamente più complesse ma più sane. Troppo complicato per la miope “politica” nostrana; molto più comodo concedere proroghe e interpretazioni generose ai regolamenti comunitari, permessi per riempire un’altra buca (senza preoccuparsi del come o con cosa): tanto c’è la prescrizione o le ridicole sanzioni. Tanto poi la colpa è dei Cerroni, di qualche altro imprenditore o delle “amministrazioni passate”…mai di chi, nelle stanze dei bottoni, se n’è lavato le mani per decenni.

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