“Destinazione Italia”. Ma quale destino per i siti inquinati?

di Giovanna Borrelli

Cartolina_bonifiche_bassa_risoluzione“Chi inquina deve essere pagato”. Non si tratta di uno scherzo giocato dalla memoria nel tentativo di ricordare il noto principio comunitario “chi inquina paga”. È lo slogan che alcune associazioni ambientaliste da giorni fanno circolare in rete contro le misure per la bonifica dei siti inquinati previste dal decreto legge Destinazione Italia (n. 145/2013).

Il Forum Italiano dei Movimenti per l’Acqua, Stop Biocidio Lazio, Stop Biocidio Abruzzo e la Rete Comuni SIN hanno lanciato l‘invito a fare pressione sul governo Letta e sui parlamentari a colpi di mail e tweet per ottenere una modifica della legge.

Ma cosa prevede la normativa entrata in vigore il 24 dicembre scorso? E cosa denunciano le associazioni?

Dei 15 articoli che compongono l’intero decreto, il numero 4 è quello che stabilisce le modalità di intervento nei luoghi contaminati. Il primo comma riscrive il testo dell’articolo 252 bis del Codice dell’ambiente (decreto legislativo n. 152/2006).

Si possono ridurre a quattro i punti regolati dal 252 bis:

  • la possibilità di creare accordi tra la Pubblica Amministrazione (in particolare, Ministero dell’Ambiente e Ministero dello Sviluppo Economico, ma anche, in casi specifici, Ministero del Lavoro e dei Beni e delle Attività Culturali. E naturalmente, le Regioni interessate) e i proprietari delle aree contaminate o altri “sogetti interessati” al risanamento (cosiddetti accordi di programma);
  • il contenuto degli accordi, che deve comprendere: gli interventi sull’area ( oltre a quelli di messa in sicurezza e bonifica, anche quelli di riconversione industriale e sviluppo economico) il piano finanziario, i tempi di attuazione e i contributi pubblici eventuali;
  • i soggetti esclusi dagli accordi: i responsabili della contaminazione del territorio ad eccezione di quelli che hanno commesso il fatto prima del 30 Aprile 2007;
  • la rinuncia da parte dello Stato al risarcimento del danno ambientale una volta che l’accordo di programma è attuato (nel solo caso in cui a operare sia proprio l’inquinatore).

Riassumendo quindi si può dire che tutti gli inquinatori che hanno creato un danno ambientale prima del 30 aprile 2007 possono stipulare un piano di recupero dell’area interessata con la Pubblica Amministrazione. In base al piano poi, potrebbero ricevere dei finanziamenti pubblici (per i quali non è fissato un limite) ed essere esonerati da “qualsiasi altro obbligo di bonifica e riparazione ambientale” che non sia presente nell’accordo. In questo modo, nel caso in cui ci si accorga che l’area inquinata necessiti di altri interventi dopo l’attuazione dell’accordo, non sarebbe più dovere dell’inquinatore intervenire, ma dell’amministrazione pubblica. È questo che le associazioni definiscono condono tombale. Se gli inquinatori si impegnano per il futuro, il passato viene cancellato.

Questa novità fa dipendere il risanamento delle aree esclusivamente da questi accordi e dalla accuratezza con cui amministratori e “soggetti interessati” li scriveranno. Rispetto al vecchio articolo quindi la responsabilità di chi ha inquinato viene limitata.

La seconda parte dell’articolo, dal comma 2 al 10, affronta l’altro grande argomento oggetto delle critiche dei comitati oppositori. Si tratta dell’attribuzione di crediti di imposta, cioè detrazioni dalle tasse che favoriscono le imprese che operano nei territori contaminati. Le condizioni per ottenerli sono di nuovo quattro:

  • acquisto di “beni strumentali nuovi” (fabbricati, macchinari, impianti e attrezzature localizzate nelle aree contaminate e programmi informatici);
  • da parte di imprese costituite dopo l’entrata in vigore del decreto;
  • che svolgono esclusivamente l’attività prevista nell’accordo di programma;
  • e che operano in siti inquinati che si trovano in aree cosiddette svantaggiate. Lo stesso beneficio però è esteso anche a piccole e medie imprese che operano in altre aree.

Tutte queste norme hanno sollevato i dubbi dello stesso Servizio Studi della Camera sulla loro compatibilità sia con i principi comunitari in materia di bonifica che con le regole dell’Unione su antitrust e divieto di aiuti di Stato alle imprese.

Così, mentre la mobilitazione delle associazioni si fa sempre più pressante, il Ministero dell’Ambiente prova a rassicurarle e in una nota del sito di dipartimento si legge:

«per fugare ogni incertezza in merito ed elaborare risposte che potranno eventualmente tradursi anche in maggiori chiarimenti del testo di legge, gli uffici tecnici del ministero stanno lavorando per dissipare qualunque ombra sulla norma in oggetto».

 

Ma i comitati non rimangano fermi ad aspettare e martedì 11 Febbraio incontreranno giornalisti e tutti gli interessati nella Sala Conferenze Stampa della Camera dei Deputati per approfondire i temi della questione.



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