Colza transgenica, olocausto animale e ideologia del dominio

di Francesco Paniè
(Fonte: losai.eu)

(Fonte: losai.eu)

Come abbattere il metano prodotto dagli allevamenti di animali che contribuiscono all’effetto serra? Riducendone il numero? Limitando il consumo di carne e la macellazione di miliardi di individui ogni anno? Nemmeno per sogno: basta ingozzarli con gli scarti della colza. È questa la conclusione cui giunge il progetto LIFE-SEED CAPITAL, cofinanziato dal programma LIFE+ dell’Unione europea.

Il tentativo è quello di trovare nuove soluzioni di risparmio energetico per contenere la produzione dei gas serra responsabili del riscaldamento globale. I settori che contribuiscono a questo stato di cose sono molteplici, ma quello della zootecnia vale da solo, secondo la FAO, il 18% delle emissioni totali. E la percentuale è destinata a raddoppiare entro il 2050. In particolare, l’iniziativa europea mira a tagliare la quantità di metano, gas che occupa il secondo posto fra le cause dell’effetto serra. Infatti, proprio gli allevamenti di bestiame ne producono, attraverso il processo digestivo degli animali, il 37% e costituiscono la prima fonte di inquinamento da metano. Secondo lo studio, tuttavia, si potrebbe ridurre di un 6-13% il quantitativo di CO2 e CH4 emessi in atmosfera: basterebbe introdurre nei mangimi l’oil kake, cioè il residuo della spremitura a freddo della colza (con l’olio puro si miscelano i biocarburanti). In pratica, invece di gettar via i rifiuti, li si mette in bocca a un animale. Il che ha, a ben vedere, più di un aspetto positivo: riduce le emissioni da una parte, e dall’altra è un risparmio per l’allevatore, visto che può impapocchiare il mangime con scarti che prima gettava via. Queste pratiche sono già prassi da anni, ma adesso verranno anche sbandierate come nobili gesti ambientalisti. Sembra infatti che con questa trovata ci guadagnino l’ambiente e, soprattutto, l’uomo. Nessuno, in tutto ciò, sembra chiedersi se c’è qualcuno che ci perde. La scienza antropocentrica che da secoli detta l’agenda di tutte le politiche, neppure considera l’eventualità che introdurre scarti in mangimi già di per sé gonfi di ormoni e antibiotici potrebbe nuocere alla salute dell’animale (l’acido erucico presente nell’olio di colza è, a seconda delle dosi ingerite, tossico per l’organismo). Ma anche in un’ottica meramente antropocentrica sarebbe più che legittimo chiedere chiarimenti su un processo simile: innanzitutto perché la colza è fra le principali piante prodotte con semi Ogm, e nell’autunno 2013 l’organizzazione non profit TestBiotech ha richiamato l’attenzione sulla diffusione incontrollata di colza geneticamente manipolata nelle piantagioni di diversi stati del mondo. Come se non bastasse, dal 2003 ne sono state autorizzate ben due varietà proprio per la produzione di mangimi.

Se però vogliamo fare un passo in più, uscendo dal paradigma meccanicista-riduzionista sul quale costruiamo non solo il nostro sistema sociale, ma la nostra intera vita, allora i problemi si moltiplicano. E non investono più il singolo mangime-spazzatura, che potrebbe danneggiare noi perché mangiamo l’animale costretto a nutrirsene. Infatti dovremmo cominciare a chiederci se è lecito che gli animali siano tenuti in stato di prigionia dentro luoghi che ricordano i campi di concentramento. O se è lecito tenere gli animali in stato di prigionia tout-court. Ma si può andare oltre: è giusto mangiare gli animali? È giusto, nella società di oggi, ammazzare un animale? È necessario? E chi lo decide? Ma poi, in effetti, chi materialmente ammazza 56 miliardi di animali ogni anno (esclusi i mille miliardi di animali marini)? Noi consumatori certamente no. Deleghiamo dei boia che dedicano le proprie misere esistenze a lavorare nei macelli e negli allevamenti, in un ingranaggio che si regge su modalità tayloriste di somministrazione della morte (Ford inventò la catena di montaggio osservando un mattatoio di Chicago), con lo smontaggio dei corpi animali o la distruzione nei forni dei pulcini che non

Menashe Kadishman, installazione Shalechet - Foglie cadute, museo ebraico di Berlino, dedicata a tutte le vittime di guerra e violenze (Fonte: giardininviaggio.it)

Museo ebraico di Berlino: Menashe Kadishman, installazione Shalechet – Foglie cadute, dedicata a tutte le vittime di guerra e violenze
(Fonte: giardininviaggio.it)

produrranno uova. Ci riteniamo egualitari, rispettosi dei diritti, ecologisti, e poi avalliamo questo immane olocausto quotidiano senza batter ciglio. Perché il recinto è diventato, nel nostro immaginario, un fatto normale, anzi naturale? In effetti, se ci si pensa, non c’è proprio niente di naturale in una gabbia: si tratta invece di un fatto culturale. Uno steccato è una barriera, un dispositivo di inclusione e allo stesso tempo di esclusione. E chi vi è confinato non è detto che voglia restarci. Chi decide che invece è indispensabile? L’uomo? E perché, solo perché ne ha il potere? La risposta è sì. La grandissima parte di chi si professa egualitario estromette infatti, più o meno inconsciamente, gli esseri senzienti non umani dai diritti fondamentali, relegandoli nella categoria dell’utile, del funzionale all’uomo. Questo perché nel profondo di noi, anche dei migliori di noi, sono confitti i semi di un’ideologia del dominio che permea le nostre esistenze e struttura l’agire quotidiano secondo relazioni di potere. Ogni volta che acquistiamo prodotti di origine animale, stiamo compiendo un atto di sopraffazione per il semplice piacere del palato.

Difficile privarsi di una bistecca, guai se manca l’agnello a Pasqua o il tacchino per il Ringraziamento, e come si fa senza la fontina o il Camembert, la frittata o il tonno in scatola? La domanda però è un’altra: la sofferenza, il male che provochiamo con le nostre scelte, pesa più o meno dei piaceri della palato? E di conseguenza: siamo in grado, come esseri umani, di non scegliere il male di qualcuno? Senza dubbio lo siamo, resta da capire se vogliamo. E se ci interessa tanto abbattere metano e CO2 prodotti dal comparto zootecnico, in fondo sappiamo che possiamo tagliarne non il 6 o il 13%, ma bensì il 100% con una decisione immediata. A quale prezzo, ci si chiederà. E perché, crediamo davvero che un gesto di umanità debba essere subordinato a calcolo economico?



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