Chimica naturale e sostenibilità agricola: una convivenza lunga millenni

di Veronica Meneghello

Chimica e agricoltura sostenibile non vanno d’accordo. Da sempre? No, solo nell’ultimo mezzo secolo. Da quando con la parola chimica si intende ormai solamente quella artificiale, quella dei prodotti chimici appunto, somministrati al terreno per risolvere problemi a scapito di qualità e fertilità del suolo. Esiste, invece, anche una chimica millenaria, quella delle sostanze organiche, che spiega struttura, proprietà e trasformazioni delle sostanze presenti negli organismi, nonché il loro ruolo biologico: è la chimica naturale.

Cascina biologica Selva, Ozzero (MI). Foto di: Marisa Cengarle, Forum cooperazione e tecnologia

Cascina biologica Selva, Ozzero (MI). Foto di: Marisa Cengarle, Forum cooperazione e tecnologia

È questo uno degli argomenti dell’incontro Tecniche innovative di agri-cultura tenutosi mercoledì 15 gennaio presso la Cascina Selva di Ozzero (MI), a cura dell’associazione Forum Cooperazione e tecnologia, all’interno del progetto GenuinaGente. L’agricoltura ha una storia antichissima e per 10.950 dei suoi 11.000 anni è esistita senza l’aiuto della chimica artificiale. Non si sapeva chimicamente perché, ma le regole dell’attività agricola erano essenzialmente tre: rotazione delle colture, allevamento e irrigazione. E tutto procedeva secondo natura.

«Con l’arrivo delle monocolture è cambiato lo scopo dell’agricoltura – questa la frase di apertura di Stefano Soldati, agronomo e formatore di permacultura, durante l’incontro presso la cascina Selva – Non si tratta più di produrre cibo per la sussistenza umana e animale, ma di produrre reddito, sempre più reddito».

 

Niente più rotazione, niente più allevamento, solo e sempre più irrigazione. È a questo punto che la chimica artificiale ha soppiantato quella naturale. Così la neonata agricoltura convenzionale, il tecno-sistema, ha rimpiazzato la millenaria biologica, cioè l’ecosistema. Fondamentale differenza tra i due sistemi è l’autosufficienza: per ottenere una produzione agricola il tecno-sistema ha bisogno di continua immissione di energia; l’ecosistema, invece, è totalmente autosufficiente. La base di partenza e di arrivo sono le risorse naturali senza produzione di scarti perché tutto è reintrodotto nel sistema come nuovo input (la foglia che cade o il concime animale vengono reimpiegati nel terreno, per fertilizzarlo naturalmente). Questo permette anche il mantenimento e la creazione di valori  a volte impossibili da stimare: come insegna l’economia dell’ambiente, la protezione della biodiversità  è tanto elevata da non essere calcolabile.

Il ricavo tanto ricercato da questa agricoltura non sostenibile considera però solo l’aspetto monetario: costo di vendita meno costo di coltivazione. Questo tipo di attività agricola mostra ingenti guadagni iniziali, ma sempre più decrescenti sul lungo periodo. Fino ad arrivare ad uno stadio di non-ricavo che porta all’abbandono del terreno. Cosa accade? La non conoscenza e il non rispetto della chimica naturale portano a uno stato di desertificazione del terreno.

«Si tratta di un processo irreversibile, legato per lo più alla perdita delle argille nel terreno – spiega l’agronomo, identificando il processo che porta alla perdita di fertilità nel suolo come una causa della “non conoscenza delle informazioni basilari della chimica naturale che porta a commettere atti di scempio del territorio».

 

Il problema appare più semplice di quanto possa sembrare, ma anche più disastroso. L’argilla possiede cariche negative e ha la capacità di legarsi a cariche positive. Nel suolo le cariche positive si trovano in particolar modo nell’humus, cioè nella sostanza organica. La capacità di scambio cationico, cioè la capacità del materiale di trasmettere le cariche positive verso gli ioni negativi, fa sì che humus e argilla siano sostanze perfettamente complementari nel sottosuolo, garantendo una giusta stabilità al terreno. L’agricoltura convenzionale con i suoi prodotti chimici e con l’eliminazione dell’allevamento non permette l’apporto di nuova sostanza organica nel terreno, necessaria alla formazione di humus. Negli anni, l’argilla, non trova sostanze organiche con cui legarsi e si lega così all’acqua, anch’essa carica positivamente. In questo modo l’argilla si idrata e, unita all’acqua, si disperde attraverso canali e fiumi, fino al mare. E non torna più indietro

«Le argille migliori sono quelle che, in assenza di sostanze organiche, più facilmente si legano all’acqua e che quindi più facilmente abbandonano il terreno – spiega Soldati – Rimangono nel suolo le argille più pesanti, più difficili da lavorare e quelle che hanno minore capacità di scambio cationico. Oppure rimane solo sabbia, che dal punto di vista agronomico è inerte».

 

Cascina biologica Selva, Ozzero (MI). Foto di: Marisa Cengarle, Forum cooperazione e tecnologia

Cascina biologica Selva, Ozzero (MI). Foto di: Marisa Cengarle, Forum cooperazione e tecnologia

Questa è la desertificazione. Un piccolo dettaglio naturale, che si autoregola e che noi, invece, abbiamo eliminato. Ma in natura nulla è lasciato al caso, tutto ha una spiegazione. Il segreto è conoscerla, capirla e seguirla per non compiere quei già citati atti di scempio, non immediatamente visibili, ma che col tempo si pagano duramente. I dati e gli studi sull’ agricoltura sostenibile mostrano come questa, sul lungo periodo e in particolare allo stato attuale, sia non solo più sostenibile a livello ambientale, ma anche e soprattutto a livello economico. Infatti, mentre in agricoltura convenzionale reddito e risorse sono decrescenti nel tempo e pertanto insostenibili, in una situazione di sostenibilità agricola entrambi aumenterebbero in maniera proporzionale fino a raggiungere la stabilità. Un circolo virtuoso: terreni migliori permettono rendite crescenti e pertanto maggiori ricavi.

La sfida dell’agricoltura di oggi è avere l’intelligenza di regredire di migliaia di anni. E riaffidarsi alla natura.



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