Cambiamenti climatici: quanto influenzano i sistemi biologici oceanici?

di Giulia Calogero

Che i cambiamenti del clima stiano avendo importanti ripercussioni sul nostro pianeta è ormai cosa risaputa. Ma, essendo la Terra composta al 70% da oceani e mari, è facile immaginare che tali alterazioni possano colpire anche i sistemi biologici che li abitano.
Un recente studio dell’Università della California getta luce su quanto velocemente questi sistemi rispondono ai cambiamenti: qualche decina d’anni necessari a distruggerli corrispondono a un tempo di recupero di 1000 anni.

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California Academy of Sciences/Flikr

Facendo un veloce calcolo si può quindi stimare che il danno attuale causato agli oceani profondi durerà per diversi secoli.
Possiamo allora permetterci di pensare che spetta alle generazioni future il compito di risolvere questo problema? La risposta è no. Perché?
La nuova ricerca della dottoressa Sarah Moffitt ci aiuta a dare qualche risposta.
Il report “Response of seafloor ecosystems to abrupt global climate change” (La risposta degli ecosistemi marini di fondo al brusco cambiamento climatico globale), è stato pubblicato negli Atti dell’Accademia Nazionale delle Scienze (PNAS, Proceedings of the National Academy of Sciences) ed è per molti aspetti innovativo. Lo scopo della ricerca era quello di dimostrare che il tempo di recupero dell’oceano di fronte al rapido cambiamento climatico in atto potrebbe richiedere migliaia di anni e non centinaia, come si credeva o sperava.

Per farlo Sarah Moffit e il suo team hanno prelevato e analizzato una serie di campioni provenienti dal fondale oceanico al largo della costa californiana. La posizione non è stata scelta a caso ma proprio per l’incredibile sincronia temporale esistente tra gli archivi dei sedimenti di mare aperto di quella regione del Pacifico e i dati registrati dalle carote di ghiaccio della calotta glaciale della Groenlandia. In questo modo risultava ovviamente più facile poter comparare dati storici rappresentativi di come era la terra nelle ere passate.
L’innovazione principale dello studio risiede però nella metodologia con cui gli autori hanno campionato i diversi tipi di organismi: non solo quelli unicellulari, comunemente più studiati, ma anche molluschi, echinodermi, artropodi e anellidi (fino a un totale di circa 5.000 fossili), animali in grado di presentare grandi cambiamenti in seguito alla deossigenazione delle masse d’acqua, anche solo dopo piccole variazioni del livello di ossigeno.

Utilizzando i sedimenti marini si è potuto viaggiare indietro nel tempo fino all’ultima deglaciazione. I dati provenienti dai sedimenti infatti collegano eventi di raffreddamento e riscaldamento agli aumenti e alle diminuzioni dell’ossigeno nell’oceano.
Ciò significa che ogni volta che nel passato si è verificato un brusco riscaldamento, questo ha comportato una perdita di ossigeno, influenzando in modo significativo il tipo e il numero di animali presenti nei sedimenti. Il recupero da questo genere di “shock”, generato da un disturbo nel clima, può anche aver avuto bisogno di un migliaio di anni.

Tra i cambiamenti documentati ci sono l’espansione e l’intensificazione delle zone povere di ossigeno, chiamate “Oxygen Minimum Zones” (Zone a Minimo di Ossigeno), le quali si fanno più grandi quando gli oceani si scaldano.
Quando questo avviene si può osservare una predominanza di animali in grado di prosperare in ambienti anossici, ovvero a bassa concentrazione di ossigeno, mentre quelli che necessitano di livelli di ossigeno maggiore soffrono e muoiono.
Quello a cui si assiste non è semplicemente un ecosistema che ne sostituisce un altro. Quel che avviene è che una ricca biodiversità amante dell’ossigeno viene rimpiazzata da popolamenti a minore diversità biologica, ma in grado di vivere con poco ossigeno. In particolare gli organismi unicellulari. In parole povere, sarebbe come passare da una foresta pluviale ad un deserto, ma da un punto di vista oceanico.

La Dottoressa Moffitt ha dunque così commentato il suo lavoro ad un giornalista del Guardian:

Gli eventi passati del riscaldamento climatico sono laboratori di informazioni utili per capire le conseguenze ecologiche dei repentini cambiamenti nella circolazione oceanica e della temperatura. Abbiamo dimostrato che gli ecosistemi marini possono essere disturbati da eventi climatici nel corso di più decenni, ma che un loro successivo ripristino potrebbe durare anche mille anni prima di essere completo. Fondamentalmente questa ricerca dimostra quanto è vulnerabile il mare profondo – un enorme bioma sul pianeta Terra – ai bruschi cambiamenti di temperatura.

Studi come questo risultano molto importanti soprattutto oggi, in un momento in cui noi stessi stiamo contribuendo ai rapidi cambiamenti per l’ambiente marino e oceanico, innestando alterazioni in grado di impattare la biodiversità dell’intero sistema mare, aperto e di fondo.

La perdita di biodiversità e la conseguente estinzione delle specie sono fenomeni di per sé naturali, che si sono già verificati nella storia della Terra. La più nota è l’estinzione di massa che circa 66 milioni di anni fa ha visto sparire oltre il 70% delle specie viventi. Dopo circa un secolo il mare avrebbe ripreso la sua produzione biologica naturale ricominciando con la fissazione dell’anidride carbonica da parte del fitoplancton fino al ritorno di un sistema più stabile. Verrebbe da pensare che tutto sommato se il mondo è sopravvissuto al contatto con un meteorite (ad oggi una delle teorie più accreditate per l’estinzione del Cretaceo) potrebbe sopravvivere anche alle modifiche attuali. Magari sì, ma andate a raccontarlo ai dinosauri.

Il punto della questione è perché mai dovremmo aspettare di vedere estinguere i 2/3 delle specie esistenti senza fare nulla, sapendo soprattutto che molto probabilmente non basterà qualche decennio per recuperare ma serviranno secoli, come ha suggerito lo studio della dott.ssa Moffit.
Certo l’estinzione ha un suo tasso naturale ma è anche vero che attualmente la biodiversità sta diminuendo a un ritmo da 100 a 1000 volte più rapido (DATO ISPRA) e soprattutto, se è vero che si stima che sul nostro pianeta ci possano essere da 4 a 100 milioni di specie viventi ma che solo 2 milioni sono state catalogate, è anche vero che le percentuali meno conosciute sono quelle degli invertebrati, funghi e batteri (di cui è stato catalogato solo l’1%). Le stesse specie di esseri viventi che di fatto all’anossia potrebbero anche adattarsi e sopravvivere.
È per questo che il problema degli oceani e del riscaldamento globale non è e non può diventare una causa persa per cui arrendersi o da lasciare in eredità alle generazioni future.
La Terra come pianeta probabilmente riprenderebbe il suo cammino, siamo noi come specie umana che, giocando inoltre un ruolo attivo nel cambiamento climatico, rischiamo di restare indietro.



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